Traduzione italiana dell'Enciclica «Immortale Dei».










































































































































































































































































































































































































« (...) Si potrebbe ora dimandare: dunque tutte le rivoluzioni sono illegittime? Rispondo con un altra dimanda; è ogni omicidio illegittimo? Nessuno dirà che l'omicidio è sempre legittimo:  nessuno dirà che l'omicidio non è mai legittimo. Nessuno sosterrà che la guerra è sempre legittima, e nessuno dirà che la guerra non è mai legittima. Egli è certo che se un uomo attenta alla mia vita, io posso torgli la sua per mia propria difesa. È certo che se un regno muove guerra ad un altro, quest'ultimo è in diritto d'impugnar le armi per difendersi. E tale omicidio, tal guerra non è soltanto legittima ma onorevole e giusta. Vi sono adunque casi nei quali l'omicidio può essere legittimo, e legittima la guerra; ma la guerra e l'omicidio sono legittimi soltanto per eccezione, ed a meno che non sieno giustificati dalle circostanze che li accompagnano, sono assolutamente illegittimi. Ora quali sono queste eccezioni? Ella è cosa legittima difendere la propria vita; la natura ha dato all'uomo quest'istinto, ha dato questo diritto alla società. Che cosa è la guerra se non se il diritto e il principio di difesa applicato, contro esterno nimico? Per questa ragione ogni guerra difensiva è legittima, ma non lo è un'offensiva. Niuna guerra meramente aggressiva, e per mero fine di conquista è lecita. Ma sempre lecito è far guerra per propria difesa. Di due sorta può essere una guerra per la propria difesa: essa può essere o la repulsione o la prevenzione di un attacco. Se un uomo mi si fa dappresso armato di un ferro omicida, ed io sia pienamente certo che un solo stante di esitazione porrebbe a repentaglio la mia vita, io sono giustificato nell'attentare alla sua, anticipando l'atto di aggressione. Così se un regno o un popolo sa che un altro minaccia le sue frontiere con forze armate, le quali senza dubbio irromperebber dentro come una inondazione; quel popolo sarebbe nel suo pieno diritto di armare le sue legioni e prevenire l'assalto. La guerra pertanto che si combatte contro un esterno nemico può esser lecita. Qual è ora la regola rispetto alle guerre intestine? Supponete che un principe sia diventato nemico de' suoi sudditi e stesse per rompere ad essi guerra, per sacrificare le loro vite, le vite de' figli loro, questi sudditi, sarebbero certamente giustificati nel proteggere sè stessi per una prima legge di natura. — Non v'ha dubbio che, se un principe si togliesse fuori della sfera della vita civile e politica, minacciando per tal modo il suo popolo, se questo sapesse non aspettarsi che l'opportunità per l'incominciamento della sanguinaria e fatale sua guerra; questo popolo, dico, sarebbe giustificato nel prevenirla. La Chiesa ha sempre riconosciuto la legittimità e la giustizia di questa difesa: e il giudizio di un intero popolo, il comun senso di una nazione cristiana è dettame di sì alto istinto che nel corso ordinario dell'istoria rado incontra che non abbia dato nel segno, e que' principi che sono stati precipitati dai loro troni per sentenza de' sommi Pontefici, come fu di Filippo I di Francia, di Enrico IV e di Federico II di Germania, erano tiranni già dinunziati dai loro popoli per le nequizie che avean perpetrate. Non io dico adunque, che non possa intrav[v]enire un caso in cui un popolo per la sua difesa non sia giustificato nel proteggere sè stesso, nel difendere cioè la propria vita, le proprie sostanze contro i suoi governanti, contro atti di tanto grave e perversa natura, da involgere in fatto il pericolo della sua esistenza, del suo morale e sociale ben essere; ma dico pure che a meno che una rivoluzione possa giustificarsi per cause siffatte, per le quali si spoglia del carattere di rivoluzione e assume quello di un processo giudiziale e di un grande atto pubblico legislativo, io non conosco ragione onde possa una rivoluzione purgarsi da colpa al cospetto di Dio. Io estimo che ogni rivoluzione che si faccia per causa leggiera o superficiale, caggia sotto la sentenza dello Spirito Santo, che si contiene in quelle parole dell'Apostolo, nelle quali dichiarasi che: «qui resistit potestati, Dei ordinationi resistit. Qui autem resistunt, ipsi sibi damnationem acquirunt.» [Rom. XIII, 2: «Chi si oppone alla podestà, resiste alla ordinazione di Dio. E que', che resistono, si comperano la dannazione.» N.d.R.]» Card. Manning, «Il dominio temporale del Vicario di Gesù Cristo», parte III, discorso III, n° IV.

La Civiltà Cattolica, anno XXXVII, serie XIII, vol. I (fasc. 855, 25 genn. 1886), Firenze 1886, pag. 271-284.

COMMENTARIO DELL'ENCICLICA IMMORTALE DEI [1]

(Parte quarta)

IV.

Come nell'autorità sovrana debba essere Iddio specchiato.

Dopo avere sapientemente definita l'origine divina della Società umana e la sovrana autorità, ch'è il principio efficiente dell'ordine nella medesima, viene Leone XIII con una pennellata magistrale a tratteggiare quelle fattezze che debbe avere questa medesima autorità: «Ma gl'imperanti, in qualsivoglia organamento della pubblica cosa, hanno da volgere gli occhi al supremo reggitore del mondo, e tenerlo presente nel governo civile, come modello e norma da seguitare. Avvegnachè siccome nell'ordine delle cose visibili ingenerò Iddio le cause seconde, che rivelassero in qualche guisa la natura e l'azione divina, e fossero debitamente coordinate al fine ultimo della creazione: così ei volle che nel civile consorzio fosse un sovrano potere, i cui depositarii specchiassero in sè in qualche modo la immagine della potestà e provvidenza divina sopra il genere umano. Quindi l'esercizio dell'autorità dev'essere giusto, nè quel di padrone, ma quasi di padre, perchè la potestà esercitata da Dio sulle creature ragionevoli è giustissima ed accompagnata da paterna dolcezza: similmente ad utilità de' sudditi vuol essere indirizzato il comando, poichè la ragione unica del potere di chi governa è la tutela del bene sociale.» Svolgiamo questi sublimi concetti.

Dio è atto perfettissimo, infinito ed eterno. Perciò la successione e il tempo si possono propriamente attribuire soltanto ai termini estrinseci della divina volontà, cioè agli esseri creati, non a lui. Se non che la fiacca nostra ragione non può sufficientemente appuntarsi in quella divina unità, e conoscerla così da poterne discorrere cogli altri uomini, senza distinguere in essa, solo mentalmente, il prima e il dopo. Adunque prima che Dio pronunciasse colla sua onnipotente volontà il fiat creatore di tutte le cose, nella sapientissima sua ragione avea delle medesime cose le idee archetipe e quell'ordine che avrebbono dovuto conservare, affine di rappresentare convenientemente la sua verità, bontà, santità. La perfezione nell'essere e nell'operare di ciascuna creatura e di tutto il mondo consiste appunto nello specchiare in sè le divine idee e i divini attributi. Per questo si dice Iddio — l'eterno artefice — perchè egli viene da noi concepito come l'artefice umano, il quale prima di fare una pittura, una scultura, o quale si sia lavoro, ne concepisce il modello, cioè l'idea esemplare; e la perfezione di esso lavoro consiste nel rendere in sè l'idea dall'artefice concepita. Ma la essenza dell'artefice umano non è l'idea del lavoro, bensì egli se ne forma l'idea conoscendo la natura; e assai spesso la medesima idea è imperfetta, laonde sono anche imperfette le opere d'arte che ne sono esemplate. Per[ci]ò dicesi Iddio artefice eterno, perchè la sua eterna essenza stessa è l'idea perfettissima delle cose secondo i loro varii generi e le varie specie; cotalchè se vi è stortura nelle cose esemplate, ciò non accade perchè ne sia imperfetta l'idea, ma sì per altra cagione.

Nel fiat creatore evvi la volontà divina che le cose sieno ed operino secondo la norma dell'ordine archetipo che dicevamo, e questa è la legge naturale cui elleno [= esse N.d.R.] tutte sono essenzialmente soggette, ma variamente. Dividiamo le creature in due categorie: la prima è delle irrazionali, la seconda è delle razionali: a quella appartengono gl'inorganici, i vegetali, i bruti; a questa gli uomini. Dio promulga la sua legge naturale agli irrazionali dando loro i fisici principii delle loro tendenze, dai quali principii sono determinati ad operare. Per la qual cosa non sono liberi nell'operare, ma sono istrumenti necessitati ad operare sotto la mano della divina provvidenza. In questa classe di enti si vede, come dice Papa Leone XIII, bellamente specchiato Iddio, e quell'ordine archetipo da lui inteso: per[ci]ò dice la Scrittura che i cieli narrano la sua gloria e gli ordinati ravvolgimenti degli astri e dei pianeti rivelano l'opera del suo valore [Cfr. Ps. XVIII. N.d.R.]. Dal tulipano ai cedri del Libano, dalla variopinta farfalletta all'elefante gigantesco dell'Asia, tutti nel modo loro di vivere, di cercare il loro soggiorno nelle varie stagioni dell'anno, nel tempo e nel modo di riprodursi, nell'ordine delle loro operazioni, sono per necessità docili alla guida del creatore, come la penna o il pennello eran docili sotto la mano di Dante e di Raffaello. Da queste creature irrazionali la legge eterna di Dio è osservata appuntino: praeceptum posuit et non praeteribit.

Ma bene in altra guisa la legge eterna è applicata alle creature razionali, le quali non orme del divino valore, ma imagini sono della divina beltà. L'anima dell'uomo porta nella sua creazione impressa l'imagine della luce intellettuale divina, e per questa assorge allo spettacolo della natura e forma dentro sè le specie o idee che sono pure imagini delle archetipe idee. Quindi intende i principii speculativi e i pratici. Da prima i più facili, e via via i più difficili e le illazioni che scaturiscono dai medesimi. Per tal guisa viene a conoscere la naturale legge, la quale più che impressa da Dio nell'uomo, si può dire dall'uomo appresa sotto il magistero divino. Non ispinge Iddio l'uomo con impulsi che lo determinino a tutte le sue azioni, come fa con gli esseri irrazionali. Gli diè solo un impulso al bene, cotalchè non può tendere nei suoi atti se non al bene, ma in quanto è conosciuto dal suo intelletto, e quindi, se falsamente apprende quale bene ciò che tale non è in sè, può abbracciare anco il male. Per questa naturale determinazione al bene, l'uomo non potrà non amare ciò che gli si presenta sotto il solo aspetto di bene. Ma sarà libero a rifiutare ciò che sotto un aspetto gli si presenta qual bene e sotto un altro qual male. Può Dio aggiungere a questo naturale impulso al bene in universale, peculiari stimoli più o meno intensi a beni particolari, ma non mai spingendolo di tal guisa a verun d'essi beni, che quella volontà che dall'infinito può essere solo determinata, venga altresì determinata da un bene finito e contingente; il quale però, sotto un aspetto, non è bene. Se operasse così Iddio non si adatterebbe soavemente alla varia indole delle sue creature.

Adunque l'uomo non è siffattamente strumento in mano di Dio, com'è la penna e il pennello sotto la mano di Dante e di Raffaello; ma è così mosso da lui, che liberamente muova sè stesso alle sue operazioni. Laonde la esecuzione della legge divina e l'ordine della provvidenza nella società umana è ottenuto da Dio in simile guisa, che l'ordine d'un esercito è ottenuto dal primo capitano, il quale adopera la libertà dei soldati di ogni grado a conseguire la vittoria che è il fine della battaglia.

I sovrani della terra, o meglio (per comprendere monarchie e poliarchie) i varii soggetti dell'autorità sovrana ricevuta da Dio, debbono essere come i generali nell'esercito, subordinati al capitano supremo, destinati cioè a comunicare ai sudditi la sua volontà ed attuare quell'ordine della divina provvidenza che Dio vorrebbe attuato nell'umana società. Perciò come in questa società deve risplendere riflessamente la verità, la bontà, la giustizia e gli altri attributi divini, così in ogni sovrano deve essere specchiata la divina autorità. Innanzi a tutto Leone ci dice: «quindi l'esercizio dell'autorità dev'esser giusto.» Di vero siccome Iddio è la stessa giustizia, è impossibile che la divina autorità abbia per oggetto ciò che è ingiusto. Perciò allorchè il sovrano comanda cose ingiuste non comanda con sovrana autorità, la quale discenda da Dio. È chiaro che in questo caso il sovrano non ha diritto di comandare e conseguentemente i sudditi non hanno dovere d'obbedire. Questo evidentissimo discorso è avvalorato dalla sentenza di tutti i giuristi, i quali qual primo ed essenziale carattere della legge noverano la giustizia.

O come perciò debbonsi dire abbominevoli tiranni que' sovrani, che imperando cose ingiuste a' sudditi, li condannano spietatamente come ribelli, se, forti nel loro diritto, ricusano di piegare la loro coscienza alla prepotenza! Que' che morirono per così nobile causa meritarono la venerazione dei posteri, perchè veri martiri della giustizia. Ed alla infinita schiera de' martiri voglionsi anco aggiungere que' mille e mille dei nostri giorni, i quali anzi che eseguire ciò che la loro coscienza ha in conto di colpa, si assoggettano alla spogliazione dei loro beni e rimangono oppressi dalla miseria. Oh! le lagrime delle vergini, squallide e macilente nei tugurii dei loro diruti [= diroccati N.d.R.] monasteri, sono portate al trono di Dio dagli angeli anche da ogni terra della nostra patria infelice; e Dio già sopra questa avrebbe vuotato il calice del suo furore, se a tali lagrime non fossero congiunte le innocenti loro preghiere, con le quali si offrono vittime per lo bene della loro medesima patria e per la salute dei loro stessi persecutori crudeli. Sembra incredibile! eppure così è. In molte società cristiane, che diventarono illustri in virtù della cristiana fede, i governi a poco a poco lasciaronsi trasportare dalle sètte infernali a tale barbarie, da mostrare di avere dimenticato il primo dovere dei sovrani, cioè di comandare il giusto, e il primo carattere della legge ch'è la giustizia. Ci volea proprio Leone che dal Vaticano ripetesse con voce apostolica agli imperatori, ai re, ai popoli della terra cotesta massima, ch'è la prima di ogni umano governo, senza la quale non c'è che vituperevole tirannia.

Non si appaga il Pontefice di avere inculcata questa massima, soggiunge altresì che l'esercizio dell'autorità dev'essere «non qual di padrone, ma quasi di padre, perchè la potestà esercitata da Dio sulle creature ragionevoli è giustissima ed accompagnata da paterna dolcezza: similmente ad utilità dei sudditi vuol essere indirizzato il comando, poichè la ragione unica del potere di chi governa è la tutela del bene sociale. Nè in veruna guisa si deve fare che la civile autorità serva agl'interessi di uno o di pochi, essendo essa invece stabilita a vantaggio di tutti.» Il sovrano adunque deve esercitare l'autorità non da padrone, ma quasi da padre. Fra queste due personalità corre una discrepanza infinita. Il padrone è relativo allo schiavo e al servo. Verso lo schiavo il padrone vanta un dominio assoluto; mercecchè lo schiavo si dice essere cosa del padrone. Verso il servo ha il diritto di disporre di alcune azioni e per un determinato tempo. Ma nell'un caso e nell'altro il padrone, in quanto tale, cerca come suo fine la propria utilità, cotalchè e schiavo e servo sono, come tali, in bonum domini.

Per converso il padre riguarda i figli come parte di sè medesimo. Di quella guisa che i tralci della vite fanno una medesima cosa con la vite stessa, la quale in essi trasfonde la propria vita, la ricchezza, la fecondità, e tutta si affatica dall'ime sue radici al loro bene; così il padre dirige sè e l'opera propria al bene dei figli. Non da essi richiede per sè delizie o ricchezze; ma tutto è in comunicare queste cose a loro: ne cerca con indefesso studio la perfezione fisica e morale, riguarda il loro vantaggio come proprio, come proprie le loro pene, e la loro vita è a sè cara come e più della propria. Così dev'essere il sovrano. Non è il popolo ordinato al bene particolare del sovrano, ma il sovrano, per la sua qualità di sovrano, vuol essere diretto al bene del popolo. Non è il popolo suo schiavo o suo servo, ma è come figlio. Se riguardiamo la storia, in quelle primitive e patriarcali famiglie le quali, a cagione della longevità e della fecondità degli uomini si tramutavano nel giro di pochi anni in popoli, la paternità si trasformava spontaneamente in sovranità. Così, se riguardiamo l'essenza dell'autorità nella persona del sovrano, si hanno ad avere le forme del padre in ogni perfetta società. Il sovrano de[v]e riguardare i sudditi quasi figli; i sudditi debbono riguardare il sovrano quasi padre. Il quasi apposto da Leone indica la differenza tra quelli antichi sovrani delle primitive famiglie che testè dicevamo e gli altri; perchè i sudditi dei primi erano da essi o immediatamente o mediatamente generati; dove nei secondi manca la generazione naturale, ma non de[v]e mancare la figliolanza adottiva. Qual eccellenza di dottrina sociale!

Vedere un sovrano come un padre verso tutti i suoi sudditi, affaticarsi solo pel loro bene, agevolare il sentiero che deve condurli all'ultimo fine per cui sono creati, con savie leggi e con vigilantissima applicazione delle medesime studiarsi di conservare tra essi l'amore, impedendo le discordie, le calunnie, procurare ad essi tutti i mezzi perchè possano procacciarsi il cibo del corpo e molto più quello dell'anima, che è la virtù e la verità, trattare con essi non con altezzoso orgoglio, ma con affabilità, con umiltà, quale un amoroso padre tratta coi proprii figli, intendere con vera paterna sollecitudine al loro bene ancor materiale e terreno: basterebbe questo a costituire un paradiso in terra.

Ma da quale fonte ci derivano sì care dottrine? Cel disse Leone: dalla scuola di Dio, dalla Chiesa. Questa c'insegna che Dio è il modello di tutti i sovrani. Dio non crea le cose insensate e gli uomini per bisogno che n'abbia o per procurare a sè un qualche bene di cui abbia difetto. Egli è affatto incapace di quale si sia aumento di perfezione o gloria intrinseca. Crea per dare fuori di sè, non per ricevere dentro da sè. Appunto perchè egli è bontà infinita è diffusivo della sua perfezione: bonum est diffusium sui. Non è come noi che ritroviamo bell'e fatto l'oggetto del nostro amore; egli dà l'essere alle creature e le fa amabili per poterle amare. Versa in infiniti gradi la perfezione nelle medesime, perchè la sua gloria in esse variamente risplenda.

Non per avere a sè di bene acquisto,
Ch'esser non può, ma perchè suo splendore
Potesse, risplendendo, dir: Sussisto;
In sua eternità di tempo fuore,
Fuor d'ogni altro comprender, come ei piacque,
S'aperse in nuovi amor l'eterno amore.
Dante, Parad. 29.

Gesù Cristo insegnò agli uomini la divina preghiera, e volle che a Dio si rivolgessero siccome a Padre, Pater noster! Qual caro Padre Iddio, senza distruggere le perfezioni naturali dell'uomo, l'ornò delle perfezioni soprannaturali. Egli si congiunse all'umana natura in Gesù Cristo, amando così l'uomo con amore infinito. Diede in Cristo tutto sè medesimo a noi. Trovò l'umanità ferita nella strada di Gerico, la raccolse, la guarì, redimendola colla croce e col suo sangue. Dopo che il Verbo divino in unità di persona si unì con la natura umana (perchè il Verbo è generato dal Padre Iddio, ed ha col Padre identità di natura) la figliuolanza dell'uomo con Dio si fe' in Cristo vera e reale: e noi tutti per grazia di lui divenimmo adottivi figli di Dio.

Fuori della Chiesa la dottrina della divina paternità congiunta colla autorità suprema, e del dovere che hanno i sovrani d'imitare Dio nel governo dei popoli era sconosciuta. Nei tempi vetusti, fuori del popolo ebreo, i popoli erano schiavi de' regi. Questi tenevano il piede sopra la loro cervice, ne succhiavano il sangue, e l'ordinavano solo alla propria superbia ed alle proprie voluttà. Tutto è detto quando solo per recar piacere al sovrano si scannavano gli uomini tra loro, e lottavano con le tigri e i leoni per essere dilaniati e divorati dai medesimi. Quella frase: Ave, Caesar, morituri te salutant, mostra quale spirito di paternità era nel cuor dei Cesari. Fra' quali vi fu colui che impegolava i suoi sudditi e dava loro fuoco, perchè rischiarassero le tenebre dei suoi boschetti, e sonava giulivo la cetra allo spettacolo di Roma, in fiamme per suo comando; ed un altro si mostrava solo dolente che tutti i romani non avessero un medesimo capo per troncarlo con un colpo solo di scure. Certamente erano questi supremi eccessi di tirannide sovrana, ma anche, dove tali eccessi non si vedevano, tant'era la prepotenza dei sovrani, e tale il volgere a proprio loro bene il popolo tutto, da non iscorgervi una sola scintilla di paternità nell'autorità sovrana.

Ma che forse il pseudo filosofismo del secolo passato che fece apostatare la società da Dio, da Gesù Cristo e dai suoi Vicarii i Papi di Roma, abolì la tirannide e volle riconoscere questo gran principio che il Re è padre del popolo? Tutt'altro! da che il pseudo filosofismo del passato secolo trasse al patibolo quel Re veramente cristiano ch'era padre del popolo suo e gavazzò nel suo sangue, imbellettò sì la tirannide, ne cangiò il nome, la nascose sotto parvenze lusinghiere per le masse ignoranti, ma l'idea di paternità fu radicalmente cancellata dalla autorità sovrana. Le massime onde sono informati in questo secolo i governi ammodernati (i quali sono tutti poliarchie) sono massime che ripugnano all'idea di paternità. È forse paternità strappare dal seno della famiglia una infinita moltitudine di giovani in quella età in cui natura li porta generalmente al matrimonio e, obbligandoli alla milizia, condannarli ad un violento celibato? È paternità, specialmente per questi, regolare l'oscena prostituzione? È paternità così ordinare i diritti internazionali che siano necessarie quelle umane immense carnificine che diconsi guerre, e le quali sarebbero scongiurate se il Vicario di Cristo avesse l'esercizio pieno della sua autorità, e tutti lo riconoscessero, quale è in realtà, supremo giudice scioglitore dei casi morali anche intrecciati colla politica? È paternità sottrarre i figli all'educazione paterna e costringerli a quelle scuole nelle quali è sbandita la religione e si propina il veleno di ree dottrine? Ciascun cittadino ha diritto inviolabile di tendere all'ultimo suo fine per quella via ch'è e che da lui è giudicata conducente ad esso: ed è paternità l'opprimere questo diritto o renderlo di una attuazione difficilissima? È paternità rilassare ogni freno alla stampa e alla calunnia contro gl'innocenti e cospicui cittadini; e pretessendo quella stolta massima che vuolsi non prevenire il disordine ma castigarlo, lasciare che ogni ribalderia scandalosa si compia? Non crediamo potersi da veruno dir padre colui che, poste le dovute proporzioni, faccia nella famiglia quello che fa, generalmente parlando, l'autorità sovrana nei governi ammodernati. Ma pensate! Siamo a tale ridotti che chi osasse richiamare alla mente dei moderni legislatori, che debbono mostrarsi veri padri dei popoli, sarebbe trattato da imbecille, ignaro dell'altezza di quel progresso, cui diconsi pervenute le società moderne. Viva il cielo, che se questa vecchia Europa non torna in senno, sarà maledetta da Dio e dagli uomini. La divina giustizia metterà la mano nelle luride sue chiome e servendosi delle plebi tradite e feroci la ritornerà allo stato di barbarie sociale, dal quale il cristianesimo e i Papi l'hanno tratta: e mostrerà col fatto la falsità di quello che vuolsi dare a guisa di assioma etnologico, che le nazioni debbano sempre correre per una via d'indefinito progresso. Ma nel centro d'Italia ancora sta Roma Papale, la quale per tutto il mondo è immortale principio di quella vera civiltà ch'è la cristiana. Roma Papale perciò, non è solo capo del mondo ma è madre di tutti i popoli, i quali da essa debbono avere la vita ed essere per essa conservati. Un filo di speranza ancora c'è! L'Enciclica di Leone è il freno che può ritenere il mondo nel pendio di quel precipizio nel quale va rovinando miseramente, e Leone XIII potrà far ritornare anche per l'Europa un'epoca di pace e di felicità. Quindi per lui abbiamo ragione di esultare. «Et filii Sion exultate et laetamini in Domino Deo vestro; quia dedit vobis Doctorem justitiae, et descendere faciet ad vos imbrem matutinum et serotinum sicut in principio.» (Joel. II.) [Joel. II, 23: «E voi, figliuoli di Sion esultate, e rallegratevi nel Signore Dio vostro, perchè egli ha dato a voi il maestro della giustizia, e manderà a voi le piogge d'autunno e di primavera come in antico.» Mons. Antonio Martini commenta: «Vers. 23. 24. Perchè egli ha dato a voi il maestro della giustizia, e manderà a voi le piogge d'autunno, ec. Posto, che la letizia e la consolazione de' figliuoli di Sion viene dall'avere ottenuto da Dio il maestro della vera giustizia, noi venghiamo subito a conoscere qual sia la pioggia, che essi aspettano, e riceveranno dal cielo, e quali sieno i frutti, de' quali è promessa la ridondanza. La pioggia adunque ella è la dottrina di salute predicata da Cristo; i frutti, de' quali sarà ricca la mistica terra, cioè la Chiesa, sono i doni spirituali e le grazie, onde sarà ricolma la congregazione de' fedeli.» Ovviamente ciò che si applica a N.S. G.C. si applica anche al Suo Vicario in terra, il Papa, nello specifico Papa Leone XIII. N.d.R.]

Che debbono aspettarsi i sovrani, allorchè nell'esercizio della loro autorità, trascurato il bene comune, servono al bene proprio o dei pochi, e dimentichi del carattere di padri si danno a tiranneggiare? Cel dice Leone: «Nè in veruna guisa si deve fare che la civile autorità serva agli interessi di uno o di pochi, essendo essa stabilita a vantaggio di tutti. Che se i reggitori si lasceranno andare ad ingiusto dominio, se mancheranno per durezza od orgoglio, se mal provvederanno al bene del popolo, si stampino bene in mente, che quando che sia avranno da rendere ragione a Dio con tanto maggior rigore, quanto fu più augusto il ministero, e più eccelsa la dignità che sortirono. I potenti saranno poderosamente puniti (Sap. VI, 2). In tal modo, alla preminenza dei sovrani risponderà decorosa e spontanea la riverenza dei sudditi. Imperocchè una volta persuasi che l'autorità degl'imperanti è da Dio, comprenderanno esser giusto e doveroso obbedire ai Principi, professar loro ossequio, fedeltà, e amore quasi di figli verso i proprii genitori. Ogni uomo alle eccelse potestà sia soggetto (Rom. XIII, 1) Disubbidire al potere legittimo, qualunque sia la persona che n'è investita, non è lecito più di quello che sia l'opporsi al volere divino, al quale chi si oppone precipita volente in rovina. Chi resiste alle potestà, resiste all'ordinamento divino, e quei che resistono ne riporteranno condanna (ib. 1). Laonde scuotere il freno della soggezione, e turbare per via di sedizioni lo stato, è delitto di maestà non pure umana ma ancora divina.»

Un confessore che volea convenientemente esercitare l'alto suo ministero di riconciliazione, ebbe a suoi piedi un eccelso sovrano. Accusatosi questi di quelle colpe che avea commesse com'uom privato, si tacque. Ma il ministro di Dio lo riscosse da quell'indegno silenzio, intimandogli: dixisti peccata Caroli; dic nunc peccata Caesaris. [«Hai detto i peccati di Carlo, di' ora quelli di Cesare». Domingo de Soto O.P., confessore dell'Imperatore Carlo V d'Asburgo. N.d.R.] I sovrani monarchi e specialmente i sovrani poliarchi a' dì nostri ben raramente ricordansi dei doveri onde è stretta la loro coscienza per l'altissimo ministero da Dio loro affidato di reggere i popoli. Un re costituzionale di leggieri si dà a credere d'essere nel suo operare irresponsabile innanzi a Dio, come lo si dice dinanzi al popolo: e i legislatori del parlamento si avvisano di potere fare alto e basso sopra il popolo, e fare il proprio talento quasi che Dio non ci fosse, e che la loro volontà fosse la prima ed unica regola della morale pubblica. Si racconta di un re costituzionale il quale credendosi in fine di vita, ebbe tema di comparire innanzi a Dio e chiamò a sè il confessore, mentre nell'anticamera se ne stavano agitati i ministri di stato. Quando il Sacerdote interrogollo delle colpe commesse nel suo reggimento, in quanto a queste, rispose, interrogatene i miei ministri che stanno qui fuori e sono responsabili. In quella stupida risposta egli non badava che, sia quel che si vuole davanti agli uomini, davanti a Dio un re costituzionale è pur troppo responsabile di tutti gli atti pubblici a cui egli dà valore colla sua firma. Ma dove l'uomo non bada, non già per una invincibile ignoranza, ma per una colpevolissima trascuranza, ci bada Iddio, e i potenti saranno nell'altra vita potentemente puniti. Ma non accade che aspettino l'altra vita per aver punizione; se qui non l'hanno compiuta, l'hanno generalmente tanto grande quanto basta ad amareggiare la loro vita e a renderla fastidiosa più di quella de' paltonieri. E se questo talvolta non avviene, è in virtù di quella ordinatissima e paterna provvidenza divina, la quale rende consolata la vita quaggiù a' gran rei, a cagione di altre poche buone azioni che fanno di pietà o di misericordia, le quali non potendo avere al di là della tomba, quando sono le anime loro dannate, un guiderdone, fa che l'abbiano di presente. In simil guisa discorre Agostino nella Città di Dio dei premii terreni ch'ebbero i Romani non a cagione dei loro vizii, ma a cagione delle naturali virtù delle quali erano molti di essi a dovizia forniti. [Ovviamente ciò che vale per il re costituzionale vale anche per il Presidente della Repubblica (che tra l'altro promulga gli atti legislativi e quindi ne è responsabile), suo omologo nei governi cd. democratici odierni. N.d.R.]

Del resto non abbiamo da svolgere gran fatto le storie dei tempi vetusti, basta che rammemoriamo ciò che avvenne da un secolo in qua, per credere come la vita degli iniqui sovrani fu amareggiata. Non ressero alcuni i popoli con paterno cuore, ma calcarono le teste dei loro sudditi volgendo a propria superbia, interesse, voluttà, ciò che dovea esser vôlto al bene comune. E Dio infranse i loro scettri. Que' troni che parevano essere fondati sopra immobile rupe, furono divelti come fuscelletti piantati nella mobile arena. Dio schiacciò le loro altere fronti; li fe' zimbello della vilissima e furibonda plebe; permise che fossero tradotti in penosissimo esilio; tratti in prigione; assassinati e maledetti nella progenie. Se a' nostri giorni comparissero uomini che avessero lo spirito profetico come l'ebbero a tempi di Saul, di Salomone di Geroboamo, oh! non peneremmo a trovar la cagione di tante folgori che colpirono le teste incoronate, e che sterminarono parecchie dinastie predilette da prima. Ma dove manca il lume di una speciale e indebita rivelazione, può bene, in queste cose, supplire quello della ragione: e dobbiamo bene inferire che eguali effetti hanno derivazione da cause eguali.

Se non che quantunque sia colpevole il sovrano, non per questo perde quella autorità che da Dio ha ricevuta; come non la perde un padre discolo nella propria famiglia. Perciò sapientemente inculca il Pontefice che il ribellarsi alla sovrana autorità è un ribellarsi a Dio. Tuttavia egli è chiaro che nella collisione dei diritti, innanzi a un maggiore cessa un minore, e come la legge positiva non ha forza, se è contraria alla legge naturale, così non si deve affatto obbedienza ad un sovrano quando comanda ciò che è opposto alla legge di Dio e della sua Chiesa.

È cosa veramente degna di alta meraviglia, in un tempo in cui molti sovrani della terra tendono ad infastidire la Chiesa Cattolica Romana, a contrastare alle sacrosante sue leggi, a violare i suoi diritti o a tutelare i violatori dei medesimi, ad angustiare i cattolici nell'esercizio della propria religione, in questo tempo, diciamo, è bello il vedere il Pontefice Romano accorrere in loro aiuto quando i sudditi loro si ribellano, e proclamare altamente quelle dottrine che ne difendono la dignità e la vita. Questa è vera carità pura e disinteressata! È stupenda a questo proposito l'Enciclica di Leone XIII. Quod Apostolici muneris ratio data al 28 decembre del 1878. In questa Enciclica il gran Pontefice sfolgora le iniquità dei socialisti che anelano alla ruina di tutti i governi, a balzare dai troni tutti i monarchi e ad ucciderli spietatamente. In essa dà questa regola generale. «Che se talvolta avvenga che dai principi venga esercitato il pubblico potere arbitrariamente e per eccesso, la dottrina cattolica non permette che s'insorga di proprio talento contro a' medesimi, affinchè la pace non venga vie più turbata, e la società n'abbia maggior danno. Che se le cose trascorressero così, da non esservi più speranza di salute, quella dottrina insegna doversi coi meriti della cristiana pazienza e colla preghiera a Dio fatta, affrettare il rimedio. Che se i decreti dei legislatori e dei principi sanciscano o comandino ciò che repugna alla divina legge o alla naturale, la dignità del nome cristiano e il dovere e l'apostolica sentenza persuadono doversi obbedire piuttosto a Dio che agli uomini (Act. V, 29) [2][Cfr. il Card. Manning in «Il dominio temporale del Vicario di Gesù Cristo», parte III, discorso III, n° IV. N.d.R.]

Eppure tant'è! Qui assai spesso cadono i governi nell'assurdo, e in un modo di operare tiranno. Facciamo a qualunque uomo rozzo questa interrogazione: Se il Re comanda una cosa e il suo ministro la contraria: cui vuolsi ubbidire? Se la volontà di un figlio o di un servo è contraria a quella del padre e del padrone, quale vuol essere eseguita? La risposta non si farà aspettare un istante; n'è evidente il perchè. Eppure cotesti governi a questo dilemma: cui si deve obbedire, a Dio o al Sovrano? sovente con le leggi inique rispondono che al sovrano. Per questo, fatte che hanno leggi inique, cioè contrarie alla legge di Dio, ne richiedono l'osservanza con somma ed ostinata severità. Troppo leggermente dimenticano questi fatti i perpetui e irragionevoli accusatori della severità della Chiesa Cattolica. Questa novera già milioni e milioni di martiri, sacrificati alla morte per ciò solo che vollero anteporre Dio all'uomo, la volontà di quello alla volontà di questo. Nè accade, per accertarsene, richiamare alla memoria le tirannidi degli imperatori pagani, o dei popoli selvaggi ed idolatri. In tutti i secoli ed anche oggidì troviamo che la sovrana autorità in molti luoghi intima la obbedienza a sè e la ribellione a Dio. L'intimazione non si fa con esplicita formola: bensì imperando ciò che è contrario alla legge divina. E perchè il Papa, per sè e per tutta la Chiesa e a nome di tutti i sinceri seguaci di Gesù Cristo, a queste intimazioni esecrande risponde un non possumus, si ha in conto di ostinato, di nemico dell'umano progresso, e vengono i cattolici che stanno fermi nel proprio dovere, dichiarati nemici della patria, meritevoli di dispregio e di pena. Ma ed è questa paternità ed è questo amore di patria, conculcare il primo diritto che ha ogni cittadino, di obbedire a Dio e di non tradire la propria coscienza? Per fermo nelle nazioni cristiane, innumerevoli sono coloro che praticheranno generosamente questo rilevantissimo documento di Papa Leone, nè per questo si potranno dire ribelli alla sovrana legittima autorità, perchè da questa non può mai derivare una ordinazione opposta alle ordinazioni divine. Ma i governi che così fanno torturando coloro che nel popolo sono più degni di stima, e di rispetto e di amore, spargono la discordia, il malcontento, i rancori e rendono lo stato diviso allo interno e conseguentemente debole contro gli assalti esterni. Omne regnum in se ipsum divisum desolabitur, disse Gesù Cristo [Lc. XI, 17: «Qualunque regno in contrarj partiti diviso va in perdizione» N.d.R.]: e questa è la storia dei secoli.

[CONTINUA]

COMMENTARIO DELL'ENCICLICA «IMMORTALE DEI»
INDICE GENERALE:

I parte:
Proemio.
II. parte:
§ I. Detrattori dell'Enciclica § II. L'autorità civile viene da Dio
III parte:
§ III. Dell'autorità sovrana e del suo vario soggetto.
IV parte:
§ IV. Come nell'autorità sovrana debba essere Iddio specchiato.
V parte:
§ V. La Società Civile e la Religione
VI parte:
§ VI. Roma e la Chiesa di Gesù Cristo
VII parte:
§ VII. La Chiesa è alla società civile come l'anima razionale è al corpo.
VIII parte:
§ VIII. Libertà moderne - idee ed azione cattolica
IX parte:
§ IX. Conclusione.
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NOTE:

[1] Vedi quad. 854, pagg. 142 e seg.

[2] «Si tamen quandoque continget temere et ultra modum publicam a Principibus potestatem exerceri, catholicae Ecclesiae doctrina in eos insurgere proprio marte non sinit ne ordinis tranquillitas magis magisque turbetur, neve societas maius exinde detrimentum capiat. Cumque res eo devenerit, ut nulla alia spes salutis effulgeat, docet christianae patientiae meritis, et instantibus ad Deum precibus remedium esse maturandum. Quod si legislatorum ac principium placita aliquid sanciverint aut iusserint, quod divinae aut naturali legi repugnet, christiani nominis dignitas et officium atque Apostolica sententia suadet obediendum esse magis Deo quam hominibus» (Act. V, 29) — Epistola Encyclica adversus socialistarum sectas, XXVIII, dec. 1878.