« (...) Si potrebbe ora dimandare: dunque tutte le rivoluzioni sono illegittime? Rispondo con un altra dimanda; è ogni omicidio illegittimo? Nessuno dirà che l'omicidio è sempre legittimo:  nessuno dirà che l'omicidio non è mai legittimo. Nessuno sosterrà che la guerra è sempre legittima, e nessuno dirà che la guerra non è mai legittima. Egli è certo che se un uomo attenta alla mia vita, io posso torgli la sua per mia propria difesa. È certo che se un regno muove guerra ad un altro, quest'ultimo è in diritto d'impugnar le armi per difendersi. E tale omicidio, tal guerra non è soltanto legittima ma onorevole e giusta. Vi sono adunque casi nei quali l'omicidio può essere legittimo, e legittima la guerra; ma la guerra e l'omicidio sono legittimi soltanto per eccezione, ed a meno che non sieno giustificati dalle circostanze che li accompagnano, sono assolutamente illegittimi. Ora quali sono queste eccezioni? Ella è cosa legittima difendere la propria vita; la natura ha dato all'uomo quest'istinto, ha dato questo diritto alla società. Che cosa è la guerra se non se il diritto e il principio di difesa applicato, contro esterno nimico? Per questa ragione ogni guerra difensiva è legittima, ma non lo è un'offensiva. Niuna guerra meramente aggressiva, e per mero fine di conquista è lecita. Ma sempre lecito è far guerra per propria difesa. Di due sorta può essere una guerra per la propria difesa: essa può essere o la repulsione o la prevenzione di un attacco. Se un uomo mi si fa dappresso armato di un ferro omicida, ed io sia pienamente certo che un solo stante di esitazione porrebbe a repentaglio la mia vita, io sono giustificato nell'attentare alla sua, anticipando l'atto di aggressione. Così se un regno o un popolo sa che un altro minaccia le sue frontiere con forze armate, le quali senza dubbio irromperebber dentro come una inondazione; quel popolo sarebbe nel suo pieno diritto di armare le sue legioni e prevenire l'assalto. La guerra pertanto che si combatte contro un esterno nemico può esser lecita. Qual è ora la regola rispetto alle guerre intestine? Supponete che un principe sia diventato nemico de' suoi sudditi e stesse per rompere ad essi guerra, per sacrificare le loro vite, le vite de' figli loro, questi sudditi, sarebbero certamente giustificati nel proteggere sè stessi per una prima legge di natura. — Non v'ha dubbio che, se un principe si togliesse fuori della sfera della vita civile e politica, minacciando per tal modo il suo popolo, se questo sapesse non aspettarsi che l'opportunità per l'incominciamento della sanguinaria e fatale sua guerra; questo popolo, dico, sarebbe giustificato nel prevenirla. La Chiesa ha sempre riconosciuto la legittimità e la giustizia di questa difesa: e il giudizio di un intero popolo, il comun senso di una nazione cristiana è dettame di sì alto istinto che nel corso ordinario dell'istoria rado incontra che non abbia dato nel segno, e que' principi che sono stati precipitati dai loro troni per sentenza de' sommi Pontefici, come fu di Filippo I di Francia, di Enrico IV e di Federico II di Germania, erano tiranni già dinunziati dai loro popoli per le nequizie che avean perpetrate. Non io dico adunque, che non possa intrav[v]enire un caso in cui un popolo per la sua difesa non sia giustificato nel proteggere sè stesso, nel difendere cioè la propria vita, le proprie sostanze contro i suoi governanti, contro atti di tanto grave e perversa natura, da involgere in fatto il pericolo della sua esistenza, del suo morale e sociale ben essere; ma dico pure che a meno che una rivoluzione possa giustificarsi per cause siffatte, per le quali si spoglia del carattere di rivoluzione e assume quello di un processo giudiziale e di un grande atto pubblico legislativo, io non conosco ragione onde possa una rivoluzione purgarsi da colpa al cospetto di Dio. Io estimo che ogni rivoluzione che si faccia per causa leggiera o superficiale, caggia sotto la sentenza dello Spirito Santo, che si contiene in quelle parole dell'Apostolo, nelle quali dichiarasi che: «qui resistit potestati, Dei ordinationi resistit. Qui autem resistunt, ipsi sibi damnationem acquirunt.» [Rom. XIII, 2: «Chi si oppone alla podestà, resiste alla ordinazione di Dio. E que', che resistono, si comperano la dannazione.» N.d.R.]» Card. Manning, «Il dominio temporale del Vicario di Gesù Cristo», parte III, discorso III, n° IV.
















La Civiltà Cattolica, anno XXXVII, serie XIII, vol. I (fasc. 854, 5 genn. 1886), Firenze 1886, pag. 142-157.

COMMENTARIO DELL'ENCICLICA IMMORTALE DEI [1]

(Parte terza)

III.

Dell'autorità sovrana e del suo vario soggetto.

Dopo avere il sapientissimo Leone XIII stabilito che l'autorità nella società civile dimana da Dio, prosegue: «L'autorità sovrana, per sè, non è di necessità legata a nessuna forma di governo in particolare: è in poter suo assumere or l'una or l'altra, purchè capaci di cooperare al benessere e all'utilità pubblica.» Queste parole ci danno il soggetto di un rilevantissimo Commentario, ed insieme la occasione di raddrizzare certe idee storte di molti pubblicisti che godono una qualche fama, e specialmente di certi professori nelle università ammodernate. Ma prima di tutto avvertiamo qualche liberale, falso lodatore di cotesta Enciclica, essere leggerezza indegna di ogni uomo prudente il dire che Leone XIII afferma cose buone ed utili, ma che, a' tempi che corrono, sono esse non accettabili, volendosi ora reggere la società con altri principii. Il negare credenza e ricusarsi di mettere in atto gli autorevoli insegnamenti del Vicario di Gesù Cristo è riprovevolissima temerità. Ma quando questi insegnamenti sono dimostrati veri con tutta evidenza, il ricusar di accettarli perchè contrarii all'uso del mondo d'oggi è o una solenne balordaggine, oppure una ributtante caparbietà. Sarebbe balordaggine qualora non se ne conoscesse la verità evidentemente dimostrata: e sarebbe ributtante caparbietà l'essere convinti della verità e rigettare questa verità conosciuta perchè in oggi non piace. Quel video meliora proboque, deteriora sequor indica spesso la fragilità della guasta umana natura, quando si tratta di difetti cui l'individuo è potentemente inclinato; ma nella presente materia, nella quale si tratta della vita e del bene supremo della società, è veramente una schifosa caparbietà. E in questa cadono coloro che nell'interno sono convinti delle dimostrazioni che recheremo, e poi se la svignano col solito ritornello degli imbecilli: al medio evo ciò poteva recarsi in atto, oggi no. Ma entriamo nel nostro soggetto.

La forza fisica deve essere ancella dell'autorità, ma non la costituisce. L'autorità è forza morale e il suo effetto è l'obbligazione onde viene stretto chi da essa autorità dipende. Se questa forza morale, che dicesi autorità, riguarda una moltitudine di persone che si raccolgono in società indipendente, dicesi autorità sovrana e il soggetto della medesima dicesi sovrano o sia questo un individuo, o sia una persona morale costituita da molti individui. Il sovrano perchè sia detto con verità tale, dev'essere nel dettar leggi indipendente da qualunque autorità terrena, di guisa che tanto scema la sovranità quanto viene diminuita cotesta indipendenza. Diciamo nel dettar leggi perchè questo è l'atto primario dell'autorità politica; gli altri atti sono a questo inferiori e subordinati. Diciamo inoltre da qualunque autorità terrena, essendo evidentissimo che non solo non può essere un requisito essenziale alla sovranità l'essere indipendente da Dio, ma una siffatta indipendenza racchiude in termini una vera contradizione. Sarebbe come a dire che il figlio per essere figlio non deve derivare e perciò non deve dipendere dal padre; il raggio dover essere indipendente dalla fonte luminosa che lo invia; la parola orale dover essere indipendente dal pensiero. Come il figlio non avrebbe l'essere senza il padre: come il raggio cessa di essere raggio se si stacca dalla sua fonte: come la parola diventa inutile suono, allorchè non esprime il pensiero di cui dev'esser segno e manifestazione; così se il sovrano terreno non dipendesse nell'autorità legislativa da Dio, le sue leggi non sarebbono leggi: nè vi sarebbe cotesta dipendenza se le leggi si opponessero alla volontà divina che debbe essere la norma suprema e universale dell'ordine morale. [Cfr. il Card. Manning in «Il dominio temporale del Vicario di Gesù Cristo», parte III, discorso III, n° IV. N.d.R.]

Determinato per tal guisa il concetto della autorità sovrana ci si presentano a sciogliere le seguenti questioni: 1° il soggetto dell'autorità sovrana dev'essere determinato da Dio? 2° Può essere vario il soggetto di essa autorità? 3° Nel soggetto dell'autorità questa deriva immediatamente ovvero mediatamente da Dio? 4° V'è qualche forma di reggimento reietto dalla Chiesa? Sciogliendo queste quattro questioni crediamo potere chiarire sufficientemente ciò che disse il Papa nell'allegata testimonianza. Incominciamo dalla prima.

1° La regola universale della divina provvidenza è questa: lasciare che tutte le creature operino con quelle forze che essa stessa loro concesse nel crearle, ma di più intervenire, anche immediatamente, in tutto quello ch'è necessario e a cui non si estende il loro naturale valore. Così opera una madre che fa camminare il suo bambolo; lo regge, lo sostiene e talvolta anche lo trasporta. Così fa l'artefice che impiega al suo scopo gl'istrumenti dell'arte sua, intervenendo egli in ciò a cui la forza degli strumenti non può pervenire. Lo scalpello può, calcato dal martello dell'artefice, trarre le schegge del marmo, ma l'ordine delle movenze necessarie a fare la figura di un uomo o di un leone tutta vien dall'artefice. In simile modo l'uomo con la virtù che ha ricevuta dalla creazione tende a generare uno simile a sè, ma la virtù generativa non si stende a produrre l'anima umana ch'è principio di vita immateriale ed è sussistente: questa vuol essere immediatamente creata da Dio. Perchè questo modo del divino operare è costante e fu determinato da Dio allorchè si determinò a creare il primo uomo, non si può dire un modo soprannaturale e miracoloso, ma bensì naturale: e sono stolti i materialisti, i quali per negare impunemente l'esistenza dell'anima umana, vanno dicendo che se questa si ammettesse, sarebbe mestieri entrare nell'ordine soprannaturale, ricorrere al miracolo riconoscendo uno intervento immediato di Dio nelle operazioni della natura.

Similmente dobbiam discorrere nel nostro proposito. L'autorità sovrana, ossia quella potestà morale capace di far leggi che obblighino la coscienza dei socii è come l'anima, la quale non può essere prodotta, come dicemmo, dagli uomini, bensì è necessario che derivi da Dio; ma gli uomini possono determinare il soggetto della sovrana autorità, come i genitori determinano il soggetto capace di ricevere l'anima umana ch'è da Dio immediatamente creata. Perciò la storia ci dice essere stato questo un fatto universale e costante in tutti i secoli e in tutto il genere umano, che il soggetto dell'autorità sovrana fu sempre determinato dagli uomini, o da fatti, in un modo o nell'altro, dipendenti dalla volontà degli uomini stessi. Che se Iddio tal fiata con ispeciale rivelazione determinò i soggetti, come determinò Davidde e Saul a soggetti della sovrana autorità, lo fe', quasi diremmo, in maniera ascosa alla cognizione del popolo, lasciando poi che il popolo stesso, indipendentemente dal suo straordinario intervento e dalla fatta determinazione, eleggesseli. Con questi fatti Dio ci ha voluto insegnare che nella determinazione del soggetto dell'autorità sovrana egli adopera sì quella provvidenza ammirabile onde disponit omnia suaviter, con la quale inosservato muove le menti e i cuori degli uomini e determina gli avvenimenti sociali, ma lascia che gli uomini stessi facciano quello, a fare il quale hanno sufficiente virtù. Con ciò è risolta la prima questione.

2° È chiaro poi che il soggetto dell'autorità sovrana può essere un individuo od anche più. Infatti ragionando a priori ciò si vede perspicuamente. Avvegnachè un solo uomo possa pensare a quel che torna al ben comune del popolo e possa ordinarlo con leggi; tuttavia ciò stesso possono anche fare più uomini unendosi nello stesso proposito. Come v'è in ciascun uomo un'anima che ha eguale specifica essenza, quantunque ogni individuo differisca dall'altro nelle accidentali fattezze; così ne' diversi soggetti l'autorità politica specificamente è la stessa, si differenzia nelle particolari accidentalità in gran maniera. Ma tutte queste variazioni si possono ridurre a due, cioè alla Monarchia ed alla Poliarchia; divisione perfetta ed adeguata perchè i suoi membri contradittoriamente si oppongono. È Monarchia quando un solo individuo è il soggetto della sovrana autorità, di guisa che in lui solo sia la potestà legislativa: è poliarchia quando il soggetto della medesima autorità è costituito da più individui, cotalchè nessuno abbia di per sè solo la piena potestà di dettare la legge. La poliarchia poi dividesi in aristocrazia, qualora gl'individui che debbono essere il soggetto della autorità sono eletti tra tutti, perchè giudicati, per un motivo od un altro, più idonei, per lo che diconsi ottimati; e sarebbe democrazia se il popolo stesso concorresse a creare le leggi. Nella monarchia e nella poliarchia vi può essere varietà di gradi nel soggetto della sovrana autorità: ed anche vi può essere varietà di titoli p. e. di Monarca, d'Imperatore, di Re, di Doge, di Senatori, di Pari, di Comuni ecc. Ma sebbene nei governi che diconsi costituzionali, la Camera dei deputati dicasi legislativa, la si dice tale con grande improprietà di vocabolo, giacchè non è legge quella che da essa sola è sancita, ma alla creazione della legge debbono concorrere insieme Camera, Senato e Re. Nondimeno si può dare un perchè di quella appellazione traendolo dal fatto che la legge, per primo, è fatta dai deputati, nè mai avviene, e, quasi diremmo, in realtà non può avvenire che il Senato o il Re vi si oppongano (se non fosse rispetto a qualche mutazione accidentale). Il Re e il Senato sono come si suol dire destinati a mettere la polvere sopra la legge da altri fatta, di guisa che se il Re negasse la sua firma ci sarebbe pericolo di rivolta contro di lui. Ma sia che in questa specie di governi, anche il Re abbia di fatto potere legislativo, sia che di fatto non l'abbia, egli è fermo che non si possono dire Monarchie, a tutto rigore di termini, ma debbonsi dire poliarchie, perchè il soggetto dell'autorità suprema non è un individuo, ma sono più.

3° Ammesso ciò che sopra dicevamo che il soggetto dell'autorità politica non è da Dio determinato, ma viene determinato dagli uomini (quando la società è nascente o priva di chi già ha il diritto ad essere sovrano), si presenta di per sè l'altra questione. Sono i socii quelli, che determinando il soggetto dell'autorità gli comunicano eziandio l'autorità; oppure, fatta dagli uomini la determinazione del soggetto, viene a questo data da Dio la medesima autorità? Cioè l'autorità sovrana viene nel soggetto immediatamente da Dio, ovvero mediatamente?

Intorno a cotesta questione vi fu tra i dottori cattolici discrepanza d'opinione. Due sommi teologi, cioè il Bellarmino e il Suarez affermano che quando una moltitudine insieme si unisce per costituire uno stato, naturalmente, cioè iure naturae e quindi da Dio deriva l'autorità politica in essa, cotalchè essa stessa tutta quanta è il soggetto della medesima autorità. Il che debbe ancora succedere quando per morte od altro caso, manca il sovrano e la dinastia regnante, o chi ha, per quale si sia ragione, diritto ad essere sovrano, cioè che ha ius ad rem comechè non l'abbia in re. Ma essendo cosa pressochè impossibile che tutta la società regga; deve la società stessa trasmettere ad uno o a più individui da sè eletti l'autorità sovrana, costituendo una forma di reggimento o monarchia o poliarchia. Ecco quello che dice il Bellarmino: «Avverti che cotesta potestà è immediatamente come in soggetto, in tutta la moltitudine: giacchè essa è di diritto divino... Viene poi dalla moltitudine trasferita ad uno o a più con lo stesso diritto di natura: perchè la Repubblica non può per sè stessa esercitare tale potestà: dunque deve trasferirla in qualcheduno, o in alcuni pochi. In questa maniera considerata in genere la potestà dei principi è ancora di diritto di natura e divino, nè potrebbe il genere umano, quantunque tutto potesse in ciò convenire, stabilire il contrario, cioè che non ci fossero principi o reggitori [2]

Il Suarez (Contra Regem Angliae) combatte la sentenza che ammette provenire l'autorità ne' principi immediatamente da Dio come viene nel Papa, e sostiene ch'essa ai principi o ai reggitori sovrani deriva da Dio mediante la moltitudine. «La suprema potestà civile, egli dice, riguardata per sè è data da Dio immediatamente agli uomini che sono congregati a costituire lo Stato, cioè una perfetta comunità politica; ma non già con particolare e quasi positiva istituzione o donazione affatto distinta dalla produzione di tale natura (cioè della società raccolta), ma per una naturale conseguenza ecc.» Un po' più sotto aggiunge: «Quelle cose che conseguitano la natura, immediatamente vengono date dal proprio ed immediato autore della stessa natura; ma questa potestà è una proprietà consequente l'umana natura, in quanto è congregata a formare un corpo politico: dunque da Dio è data immediatamente, in quanto egli è autore e provveditore di tale natura [3].» Quindi dimostra come dalla moltitudine si trasmetta ad uno nella Monarchia o a più nella Poliarchia.

Dalla nuda esposizione di tale sentenza bene si vede che non ha che fare con quella del Rousseau e dei moderni liberali, i quali escludono dalla società ogni rapporto con Dio, ed affermano essere costituita l'autorità politica dall'aggregato dei singoli socii, ciascuno dei quali con un tal quale patto cede i proprii diritti ad uno od a più che eleggono a soggetto della suprema autorità. Perciò il Suarez insegna che trasmessa dalla moltitudine l'autorità ad un soggetto, quella più non la ritiene, nè ha il diritto di ritirarla, quasi il sovrano fosse non altro che un suo ministro, mentre egli è vero suo sovrano.

Alla prefata sentenza si oppone quella che fa immediatamente provenire nel soggetto, dagli uomini o da fatti legittimi determinato (individuo nella Monarchia, più nella Poliarchia) l'autorità sovrana da Dio. La determinazione poi del soggetto è libera alla moltitudine, quando già non esistono diritti antecedenti, come avviene nelle dinastie già legittimamente costituite ed esistenti.

Nella pratica non v'è discrepanza tra queste due sentenze, mercecchè entrambe riconoscono che l'autorità sovrana è divina, poco monta il dirsi derivare immediatamente da Dio, o derivare mediatamente; come rispetto alla pratica amministrazione degli Stati non reca discrepanza il dire che il governatore di una città riceve immediatamente l'autorità dal sovrano, oppure mediante il luogotenente del sovrano medesimo. In entrambe coteste sentenze i diritti e i doveri dei sudditi verso il sovrano, del sovrano verso i sudditi, sono i medesimi.

Tuttavia noi preferiamo la seconda sentenza, non già perchè della prima se ne è fatto e se ne può fare un deplorevole abuso, mercecchè l'abuso non è per sè argomento di falsità, ma perchè essa ci pare più conforme a verità e agl'insegnamenti dell'Enciclica del Santo Padre Leone XIII; nella quale non solo afferma che l'autorità viene da Dio, contro l'errore degli pseudo filosofi del secolo scorso, ma eziandio ch'essa viene da Dio immediatamente e non mediante il popolo, il quale in certi casi (si attenda bene, e non sempre) può determinarne il soggetto. Rechiamo per intero la rilevantissima testimonianza del sapientissimo Papa. «Ma se non si potè ottenere che dagli Stati fosse sbandita la politica autorità, certamente si adoperarono tutte le arti per to[glie]rne il valore e diminuirne la maestà: e ciò si fece peculiarmente nel Secolo XVI, allorchè la infesta novità di opinioni fece perdere la testa a moltissimi. Da quel tempo la moltitudine non solo volle a sè concessa libertà più larga del dovere; ma pretese determinare a proprio talento l'origine e la natura della civile società. Anzi molti neoterici, calcando le orme di coloro che si arrogarono nel passato secolo il nome di filosofi, vanno dicendo che la potestà deriva dal popolo; per lo che quelli che nello Stato la esercitano, non la esercitano come fosse loro propria, ma come a loro dal popolo commessa, e con tale legge che dalla volontà dello stesso popolo da cui è data, possa essere loro tolta. Da costoro dissentono gli uomini cattolici, che fanno derivare da Dio il diritto d'imperare, come da principio naturale e necessario. Giova poi qui osservare, che dalla volontà e dal giudizio della moltitudine possono in certe circostanze (in quibusdam causis) essere determinati quelli che debbono presiedere alla Repubblica, alla qual cosa non si oppone nè ripugna la dottrina cattolica. Se non che in quella determinazione viene designato il sovrano, ma non communicati i diritti sovrani; nè viene costituito il potere, ma il soggetto del medesimo [4].» Questa dottrina da noi è onninamente abbracciata e professata.

4° Ma questa autorità sovrana che da Dio procede può ella acconciarsi a forme varie di reggimento? Dio ne ha preferita alcuna, ed altra ne ha reietta? Già abbiamo veduta la sapiente risposta data a questa interrogazione dal Papa. «L'autorità sovrana, per sè, non è di necessità legata a nessuna forma di governo in particolare: è in poter suo assumere l'una o l'altra, purchè capaci di cooperare al ben essere e all'utilità pubblica

Questa dottrina già dal medesimo Papa c'era stata insegnata nella Enciclica De Politico Principatu. L'autorità sovrana può stare in ogni soggetto, purchè questo, investito della medesima, sia capace di reggere la società al bene comune come a suo proprio fine. Per certo il soggetto dell'autorità, per questa ragione, non potrebbe essere un mentecatto; ma sì nella monarchia come nella poliarchia può aversi la politica sovrana autorità. Di fatto, dalle storie dei varii popoli apprendiamo questa diversità. E veramente la storia ci mostra inclite monarchie, vissute secoli con vita florida e gloriosa pei popoli; come in altri tempi fu la Spagna e la Francia. Dall'altro lato ci mostra ancora repubbliche non meno illustri fra le quali la veneta che per quattordici secoli visse una vita gagliarda, piena di gloria non meno in pace che in guerra, non mai perturbata da rivolte di qualche momento e che lasciò di sè stessa memorie tali delle quali [ri]terrebbonsi onorate vastissime monarchie.

Quantunque poi l'autorità sovrana possa ritrovarsi non solo nella monarchia ma eziandio nella poliarchia in varie maniere costituita, tra le quali evvi quella che dicemmo costituzionale; tuttavia pesati i vantaggi e i pericoli in ordine al fine sociale, l'Aquinate dà la preferenza alla Monarchia in cui un solo è il creator delle leggi e in questo solo risiede la suprema autorità tutta quanta. Per[ci]ò, dopo di avere dimostrato che il fine potissimo cui deve intendere il reggitore di uno Stato è la pace, la quale essendo, come dice Agostino, tranquillitas ordinis vuole ordine esente da turbazioni, così prosegue: «Quanto più il governo è efficace a conservare la unità della pace, tanto più sarà utile. Conciossiachè noi diciamo essere più utile ciò che più vale a condurci al fine. Ma è chiaro che l'uno per sè, meglio che i molti, può essere causa della unità. Inoltre è manifesto che i molti non varrebbono per niun conto a tenere unita la moltitudine, se del tutto tra loro dissentissero. Imperocchè è necessaria nei più una certa unione a ciò che possano reggere in qualche modo; così molti non trarrebbono la nave ad una meta definita, se in qualche modo non collegassero la loro operazione. Ma i più dicono unirsi appunto, perchè si accostano all'unità ch'è nell'uno. Adunque meglio che i molti, regge l'uno... E questo è comprovato dal fatto ecc. [5]

Se non che la preferenza che dà l'Aquinate alla Monarchia rispetto ad ogni Poliarchia vuolsi prendere in generale e in quanto l'una e l'altra vengono considerate astrattamente. Ma in concreto quella forma è preferibile, che si attaglia all'indole, ai bisogni, alle diverse condizioni de' popoli. Così i governi costituzionali moderni i quali sono vere poliarchie, sia che abbiano re ovvero presidente di repubblica (e ne abbiamo data sopra la ragione), se si tolgono que' difetti che li deturpano circa il modo di eleggere i legislatori, i quali perciò sono tutt'altro che ottimati, e circa il modo partigiano di decidere le controversie e dettare le leggi, onde ne rimane assai spesso dimenticato il bene comune ossia il fine della società; e se si tolgono certe massime assurde che ne reggono l'andamento politico, per se stessi cotali governi non sono pravi e possono anzi in date circostanze riuscire utili ed anche più acconci a tale o tal altra nazione.

Ed è qui ove cadono in gravissimo errore moltissimi i quali si sono dati a credere che la Chiesa ogni forma di governo fin qui abbominasse, eccetto la monarchia. Costoro vanno dicendo che Papa Leone XIII messe in non cale le antiche sentenze, siasi accostato al liberalismo politico dei nostri giorni perchè scrisse: «Con queste dichiarazioni e decisioni, se ben si consideri, non condannasi alcuna delle forme di governo in uso, come quelle che per sè stesse nulla hanno che ripugni alla dottrina cattolica, ed opportunamente e giustamente applicate possono dare allo Stato un ottimo ordinamento.» Cotesti leggerissimi censori del grande Pontefice Leone XIII non considerano punto le dichiarazioni e decisioni alle quali egli allude; non considerano le parole per sè stesse il che vuol dire nella loro essenza, non considerano quell'opportunamente e giustamente applicate, e danno al Papa una lode che è biasimo e nera calunnia, cioè ch'egli si sia conciliato coi difetti della moderna società. Chi ha fior di senno ben vede che i temperamenti adoperati nella Enciclica dal Santo Padre vogliono evidentemente darci ad intendere che la Chiesa non ha nulla da condannare nella essenza anche dei governi costituzionali, ma che in loro si possono e si debbono condannare quelle macchie, ch'egli stesso espressamente indica, e le quali li rendono ingrati e talvolta detestabili innanzi a Dio ed agli uomini. Ci dispiace assai il vedere che in questo punto si sia preso abbaglio anche da persone per pietà ragguardevoli. Eppure è tanto evidente e pieno di verità il nostro discorso! E lo sarà più accostevole recando una applicazione, che la modestia ci consiglierebbe a lasciare, ma l'utilità ci persuade ad addurla. Niuno è che non sappia come da abilissimi ed acutissimi diplomatici sia stato encomiato il governo della Compagnia di Gesù e quelle costituzioni che lo manifestano. Un dei più famosi ministri di Stato che in passato fiorirono in Francia, tenevale sul suo scrittoio continuamente, e le additava come una perfetta norma di reggimento. Chi non ammette che a dettarle fosse Ignazio supernalmente illuminato, deve certamente a lui concedere una mente elevatissima, e riconoscerlo un profondo conoscitore del cuore umano. La sanzione della Sede Apostolica rende cotesto modo di governare rispettabilissimo, e veneratissime le prefate costituzioni. Eppure se ne riguardiamo l'essenza non lo si dovrà dire, nello stretto senso, monarchico assoluto, ma bensì temperato. La potestà legislativa non risiede in un solo, nè la volontà del capo è la sola norma del reggimento. Il temperamento è così armonico che il capo può assai pel bene del corpo, ma non può nulla in ciò che ridondasse in male. Dal capo solo parte ogni giurisdizione, ma quelli che ne partecipano vogliono esser tali in cui l'abuso si trovi estremamente difficile. Non male taluno direbbelo una specie di governo costituzionale, e con ciò si verrebbe a confessare che non istà nell'essenza del governo costituzionale la pravità, ma in ciò che è fuori della essenza. Ora l'essenza è eguale, comechè si tratti di società diversissime, o si riguardi al fine sociale o si ragguardi al numero dei socii che le costituiscono. Togliete adunque dai reggimenti costituzionali moderni tutto ciò che in essi riprova Leone, mettete in loro tutto quello ch'egli in essi richiede, e meriteranno non condanna ma stima; comechè non sopra tutte le forme governative, come ci diceva l'Aquinate, perchè è più facile che, trattandosi di reggere vasti popoli, s'introducano difetti nei governi poliarchici che nei monarchici. Se non che a' dì nostri il volgo basso ed alto che non pone niuna cura nel formarsi giusti concetti, e discorre con infinita leggerezza, si dà a credere che il pravo, che c'è nelle forme moderne di reggimento, spetti alla essenza loro, e perchè Leone non ne biasima la essenza, nemmeno condanni ciò che è veramente pravo.

Gesù Cristo proferì quella grande sentenza. Regnum meum non est de hoc mundo, la quale senza giudizio è tratta al regno temporale, e dalla quale balordamente si deduce che il dominio temporale dei Papi sia dall'Evangelio proscritto. Il regno di cui qui Gesù Cristo parla è la sua Chiesa, la quale sebbene sia in questo mondo pur non è di questo mondo, perchè ha diversa natura. Imperocchè nei regni mondani la forma del reggimento può essere determinata dagli uomini; la Chiesa ha fissa da Gesù Cristo la forma sua: quelli sono per natura loro corruttibili, questa immortale: quindi quelli sono distrutti da quelle cause per le quali questa diventa più stabile, più forte e più grande: quelli come sono limitati dal tempo così lo sono dallo spazio ed hanno più o meno ristretti confini: questa non ha nè confini di spazio nè limiti di tempo. La Chiesa è cattolica cioè non è in nessuno Stato terreno, ma nel suo seno tutti gli abbraccia, poichè non una od altra nazione, ma tutto il genere umano è chiamato ad appartenere al gregge di Gesù Cristo, e ognuno, sia suddito sia sovrano, ha obbligazione di entrare nella Chiesa da lui fondata. [Allorchè Cristo dinanzi al presidente romano confessò di essere re, Rex sum ego, non disse (nota opportunamente S. Agostino) «il mio regno non è qui», ma «non è da qui»; non disse «il mio regno non è in questo mondo», ma «non è da questo mondo». Imperocchè veramente il suo regno è quaggiù, ed è duraturo infino alla consumazione de' secoli.  ̶  «Christus non dixit: Regnum meum non est hic, sed, non est hinc; non dixit: Regnum meum non est in hoc mundo, sed, [non est] de hoc mundo. Hic enim est regnum eius usque in finem saeculi.» S. Agostino, Trattato 115 in Ioan. N.d.R.]

Non bisogna perciò identificare nessuna particolare forma di governo temporale con la Chiesa, nè confondere veruna causa politica, comechè legittima, con la causa della Chiesa.

La Chiesa deve studiarsi di condurre a salvezza le genti ancorchè sieno tra loro nemiche e di portare l'olivo di pace tra le spade dei combattenti. Non è già ch'essa possa approvare l'usurpazione degli Stati, ed abbia in egual conto l'usurpatore e il legittimo posseditore del regno. Tutt'altro! Essa è inflessibile nella sua dottrina e l'è per tutti. Il settimo precetto del decalogo lo intima e al Re e al bifolco, o che il furto sia di una corona e di uno scettro, oppure che sia di una marra e di una zappa. Tuttavia la Chiesa non ha la missione d'intromettersi negli affari puramente temporali dei diversi Stati, nè di terminare le questioni dinastiche, che non tocchino la religione. Il Papa deve essere nella sua suprema autorità indipendente affatto e sovrano, affinchè la sua parola possa avere eguale valore rispetto a tutti gli Stati ancorchè tra loro nemici, senza che egli padre comune di tutti i fedeli cada in sospetto di partigianeria per alcuni.

E qui voglionsi corretti que' liberali moderni, i quali andando nei loro giudizii avventati ognora agli estremi, allorchè la sede apostolica si mostra ferma (quando l'è debito il non piegarsi menomamente), gridano all'intolleranza insopportabile; e quando ella opera con quella soave e amorosa bontà, che l'è imposta dal suo carattere di madre, alla quale sta a cuore sopra ogni cosa la salute di tutti i suoi figli, essi, cantando vittoria, menan vanto di averla piegata al loro talento e a riconoscere il diritto nei fatti, in quale si vuole maniera, compiuti. A sbugiardare costoro, recheremo qui un tratto dell'Enciclica di Gregorio XVI. Sollicitudo Ecclesiarum, nella quale questo inclito Papa mostra che il modo paterno adoperato dalla Sede Apostolica, eziandio con gli usurpatori non deve giammai interpretarsi quale sanzione di diritti non esistenti. Risale egli sino a Clemente V, il quale stabilì nel Concilio di Vienna (di Francia): «Si quem Summus Pontifex sub titulo cuiuslibet dignitatis ex certa scientia, verbo, constitutione, vel literis, nominet, honoret, seu quovis alio modo tractet, per hoc in dignitate illa ipsum approbare non intelligatur, aut quicquam ei tribuere novi iuris.» [«Se il sovrano Ponefice qualificasse, onorasse qualcuno o ne trattasse in qualche altro modo col titolo di una dignità qualsiasi con certa scienza, sia a parole, sia in una costituzione, sia in lettere, non intenderebbe con ciò confermarlo in tale carica, o accordargli un qualche diritto nuovo.» N.d.R.] E dopo avere recati esempii di molti pontefici, conchiude giustissimamente così. «Seguitando del tutto i loro esempii, similmente approviamo e di nuovo stabiliamo, dichiarando ciò ancor dover valere pei tempi futuri, che se da Noi o dai nostri successori, per ordinare gli affari del reggimento spirituale delle Chiese e dei fedeli, ad alcuno venga scientemente dato il titolo di quale si sia dignità anche regale, o a voce, o in alcuna costituzione, o in lettere, od anche dai legati di qua spediti, o venga onorato, o sia adoperata una maniera di agire seco lui onde appaia riconosciuta tale dignità; ovvero se avvenga che si tratti o si stabilisca alcuna cosa con quelli che in qualsiasi genere di governo presiedono alla cosa pubblica, non si possa nè si debba credere che per tali atti, ordinazioni, e convenzioni, venga attribuito, acquistato, e comprovato verun diritto, o si tolga argomento di danno ai diritti, privilegi, o patronati altrui; condizione che vogliamo e determiniamo intesa in tutti cotesti atti, denunciando in nome nostro e dei nostri successori che nelle attuali circostanze di tempi, di luoghi, e delle persone cerchiamo solo ciò che è di Cristo, e teniamo innanzi agli occhi come fine dei nostri consigli ciò che più giova alla spirituale ed eterna felicità dei popoli [6].» Questa fu ed è la dottrina pratica della Sede Apostolica e del clero cattolico il quale tende al fine identico di quella, e deve contenersi nella stessa maniera nella quale si contiene il Vicario di Gesù Cristo verso i popoli e i re della terra, seguendo la dottrina santa insieme e prudente dell'Apostolo Paolo nell'articolo passato indicata. Errano que' liberali che ascrivono ai Papi ed al clero uno spirito terreno e scambiano la carità apostolica e lo zelo della salute delle anime con lo spirito partigiano. La Chiesa non è un partito politico, comechè ella debba egualmente innanzi ai popoli ed ai re proclamare la verità e la giustizia, anche nella politica.

O come è bello e sublime vedere a questi giorni il Papato, che l'empie sette gridavano aver perduta ogni autorità ed esser caduto nel fango factus omnium peripsema,[*] godere la piena fiducia di potenze, perfino ostili. Quando veggiamo l'altera Spagna e la potentissima Germania culla e trono del protestantesimo, chinar le fronti innanzi a Leone XIII e rimettendo nella guaina le spade già tratte acquietarsi alla parola del Papa in una delicatissima questione di diritti territoriali, nel tempo stesso in che le grandi potenze sulle rive del Bosforo si dichiarano impotenti a comporre un litigio infra due principi; bisogna pure che tutti confessino che Leone seppe con grande sapienza e prudenza reggere il timone della mistica nave e che è con lui quel Dio il quale, segnando un confine nella mobile arena, impera al tempestoso oceano: fin qui e non più. [«Usque huc et non amplius», cfr. Job. XXXVIII, 11. N.d.R.] Stiamo con Leone nella mente, nel cuore e nell'azione, e la speranza di giorni migliori non fallirà, e i nemici della Chiesa si cangeranno in nostri fratelli e figli di questa, e i vinti stessi canteranno l'inno della vittoria.

[CONTINUA]

COMMENTARIO DELL'ENCICLICA «IMMORTALE DEI»
INDICE GENERALE:

I parte:
Proemio.
II. parte:
§ I. Detrattori dell'Enciclica § II. L'autorità civile viene da Dio
III parte:
§ III. Dell'autorità sovrana e del suo vario soggetto.
IV parte:
§ IV. Come nell'autorità sovrana debba essere Iddio specchiato.
V parte:
§ V. La Società Civile e la Religione
VI parte:
§ VI. Roma e la Chiesa di Gesù Cristo
VII parte:
§ VII. La Chiesa è alla società civile come l'anima razionale è al corpo.
VIII parte:
§ VIII. Libertà moderne - idee ed azione cattolica
IX parte:
§ IX. Conclusione.
torna __________________________________

NOTE:

[1] Vedi quad. 852, pagg. 601 e segg.

[2] «Secundo nota, hanc potestatem immediate esse tamquam in subiecto, in tota multitudine: nam haec potestas est de iure divino... hanc potestatem transferri a multitudine in unum vel plures eodem iure naturae; nam Respublica non potest per seipsam exercere hanc potestatem; ergo tenetur eam transferre in aliquem unum vel in aliquos paucos; et hoc modo potestas principum in genere considerata, est etiam de iure naturae et divino; nec posset genus humanum, etiamsi totum simul conveniret, contrarium statuere, nimirum ut nulli essent principes vel rectores.» De Laicis, L. III, c. 6.

[3] «Suprema potestas civilis per se spectata immediate quidem data est a Deo hominibus in civitatem, seu perfectam communitatem politicam congregatis, non quidem ex peculiari et quasi positiva institutione, vel donatione omnino distincta a productione talis naturae, sed per naturalem consequtionem ex vi primae creationis eius... Quia quae consequntur naturam, immediate dantur a proprio et immediato auctore eiusdem naturae; sed haec potestas est proprietas quaedam consequens humanam naturam, ut in unum politicum corpus congrenatam; ergo datur immediate a Deo, ut est auctor, et provisor talis naturae.» Defensio fidei Catholicae, Lib. III, cap. 2.

[4] «Verum si fieri non potuit ut e mediis civitatibus politica potestas tolleretur, certe libuit omnes artes adhibere ad vim eius elevandam, maiestatemque minuendam: idque maxime saeculo XVI, cum infesta opinionum novitas complures infatuavit. Post illud tempus non solum ministrari sibi libertatem largius, quam par esset, multitudo contendit; sed etiam originem constitutionemque civilis hominum societatis visum est pro arbitrio confingere. Immo recentiores complures, eorum vestigiis ingredientes qui sibi superiore saeculo philosophorum nomen inscripserunt, omnem, inquiunt, potestatem a populo esse; quare qui eam in civitate gerunt, ab iis non uti suam geri, sed ut a populo sibi mandatam, et hac quidem lege, ut populi ipsius voluntate, a quo mandata est, revocari possit. Ab his vero dissentiunt catholici homines, qui ius imperandi a Deo repetunt, velut a naturali necessarioque principio. Interest autem attendere hoc loco, eos, qui reipublicae praefituri sint, posse in quibusdam caussis voluntate iudicioque deligi multitudinis, non adversante neque repugnante doctrina catholica. Quo sane delectu designatur princeps, non conferuntur iura principatus: neque mandatur imperium, sed statuitur a quo sit gerendum.» Epistola Encyclica de politico principatu.

[5] «Quanto igitur regimen efficacius fuerit ad unitatem pacis servandam, tanto erit utilius. Hic enim utilius dicimus quod magis perducit ad finem. Manifestum est autem quod unitatem magis efficere potest quod est per se unum, quam plures... Amplius: Manifestum est quod plures multitudinem nullo modo conservant, si omnino dissentirent. Requiritur enim in pluribus quaedam unio ad hoc quod quoquo modo regere possint; quia nec multi navem in unam partem traherent, nisi aliquo modo coniuncti. Uniri autem dicuntur plura per appropinquationem ad unum. Melius igitur regit unus quam plures ex eo quod appropinquant ad unum... Hoc etiam experimentis apparet.» De regimine principum L. I, cap. 2.

[6] «Haec sane dumtaxat spectavit felicis recordationis Praedecessor Noster Clemens V, qui in Generali Viennensi Concilio saluberrima Constitutione cautum edixit, ut si quem Summus Pontifex sub titulo cuiuslibet dignitatis ex certa scientia, verbo, constitutione, vel literis nominet, honoret, seu quovis alio modo tractet, per hoc in dignitate illa ipsum approbare non intelligatur aut quicquam ei tribuere novi iuris... exemplis eorumdem inducti, iisque prorsus inhaerentes, similiter approbamus, ac denuo sancimus, declarantes pro futuris quoque temporibus, quod si quis a Nobis vel Successoribus Nostris, ad spiritualis Ecclesiarum fideliumque regiminis negotia componenda, titulo cuiuslibet dignitatis etiam regalis ex certa scientia, verbo constitutione, vel literis, aut legatis quoque hinc inde Oratoribus nominetur, honoretur, seu quovis alio modo, actuve, quo talis in eo dignitas facto agnoscatur, aut si easdem ob causas eum iis, qui alio quocumque gubernationis genere rei publicae praesunt, tractari aut sanciri aliquid contigerit, nullum ex actibus, ordinationibus, et conventionibus id generis ius iisdem attributum, acquisitum, probatumque sit, ac nullum adversos ceterorum iura et privilegia ac patronatus discrimen, iacturaeque et immutationis argumentum illatum censeri possit ac debeat: quam quidem de iurium partium incolumitate conditionem pro adiecta actibus istiusmodi habendam semper esse edicimus, decernimus et mandamus, illud iterum Nostro in Romanorum Pontificum Successorum Nostrorum nomine denunciantes, in huiuscemodi temporum, locorum, personarumque circumstantiis ea tantum quaeri, quae Christi sunt atque unice, veluti susceptum conciliorum finem, ea ob oculos versari quae ad spiritualem aeternamque populorum felicitatem facilius conducunt.» (anno 1831 nonis augusti).

[*] Cfr. I Cor. IV, 13: «(...) tamquam purgamenta huius mundi facti sumus, omnium peripsema usque adhuc.» Trad.: «(...) siamo divenuti come la spazzatura del mondo, la feccia di tutti fino a questo punto.» N.d.R.