La Civiltà Cattolica, anno XXXVI, serie XII, vol. XII (fasc. 852, 9 dic. 1885), Firenze 1885, pag. 601-614.

COMMENTARIO DELL'ENCICLICA IMMORTALE DEI

(Parte seconda)

I.

Detrattori dell'Enciclica

Intorno a questo sapientissimo documento dell'autorità papale, osserviamo che nei pubblici fogli tre specie di scrittori manifestano diversamente la loro sentenza. I primi sono sinceri cattolici. Questi l'accettano pienamente, l'approvano e, con mente serena e retto cuore considerandola, rimangono persuasi che il reo moderno liberalismo è smascherato e sconfitto.

I secondi sono quelli che di cattolici non conservano altro che il carattere sacramentale impresso nell'anima loro: del resto sono avversi alla fede cattolica. Alla quale classe appartengono materialisti, atei, razionalisti; e questi sono la maggior parte dei pubblicisti odierni. Costoro assalgono la Enciclica con ingiurie e sofismi: sono vipere che si sentono schiacciare la testa dal piede del forte, e rabbiose, buttando veleno, studiansi di addentarlo.

I terzi sono quelli che vorrebbero servire a due padroni (cosa impossibile secondo il Vangelo) e coltivano la pazza idea di conciliare il mondo con Cristo e il liberalismo con la ragione e con la dottrina cattolica. Ammettono che il liberalismo de[v]e sacrificare qualche cosa alla Chiesa, ma ardentemente desiderano che la Chiesa pure sacrifichi qualche cosa per contentare il liberalismo, affinchè spunti il giorno da loro sospirato di una mutua conciliazione. Impossibile! Eppure vanno dicendo che questo impossibile è possibilissimo e credono di vedere nella Enciclica Immortale Dei segni manifesti della sperata conciliazione. Ma siccome d'ogni cosa ci deve essere il suo perchè, cioè la ragione sufficiente dell'essere suo, così è necessario che ci sia anche di questa stranissima sentenza. Quale sarà?

La prima ragione vuolsi desumere dall'avversione che hanno i liberali alle dottrine politiche della Chiesa Cattolica, la quale avversione, com'è noto, sempre è madre di sospetti e di innumerabili pregiudizii. Fra questi evvi quello di credere che la Chiesa sia avversa a tutto ciò ch'è ben essere temporale degli Stati, e sia per converso favorevole ad una condizione politica contraria a natura. Per la qual cosa vedendo che in questa Enciclica il Santo Padre propone come conciliantesi col Vangelo qualche dottrina ch'era da essi riputata contraria, si danno a spargere che il Papa vuole alla fine conciliarsi col moderno progresso e abbandonare dottrine oggimai antiquate.

La seconda ragione è per potere adoperare un sofisma a difesa di quelle teoriche liberali che sono anticristiane. A ben conoscere la reità di questo sofisma, conviene osservare che un falso sistema vuoi scientifico, vuoi politico, non è mai costituito con la sola e pura negazione del vero, ma tra pochi o molti errori v'è sempre qualche verità che traluce. Il protestantesimo e lo stesso maomettismo non esclude tutte le singole verità e specolative e pratiche che sono ammesse nel Cristianesimo, ma alcune ne ammette anch'esso. Per lo che se altri propugna qualche verità con Lutero e con Maometto, sarebbe brutta contumelia il dirgli, tu la pensi come Lutero o come Maometto, adoperando il povero sofisma di prendere il tutto per la parte. Adunque trovano certuni nella Enciclica di Leone XIII qualche cosa che non si oppone a quella qualche cosa di buono e di vero che pure i liberali, tra tanti errori, ammettono, e si danno conseguentemente a lodare altamente Papa Leone, e, per ciò solo, a farlo passare come conciliatore, quasi disposto a far buon viso anche ad altre loro dottrine, che sono più o meno apertamente ree e detestabili.

E qui ci si permetta di osservare che quando il cuore non è del tutto retto, la nebbia scende all'intelletto, di qualità che assai spesso non si discorre a filo di logica anche da uomini di alto ingegno ed eruditi. Non è gran tempo che ci venne fatto di leggere un libro dettato da uomo di non ordinario valore, ma il cui ingegno piegavasi al soffio di qualche passione. Costui per giustificare in generale il liberalismo della società moderna, e in tal modo sbugiardare l'affermazione di Pio IX, che il liberalismo è inconciliabile col cattolicismo, pretendeva di mostrare ch'esso ha il suo fondamento nelle massime evangeliche con le quali Gesù Cristo comanda ai suoi seguaci il mutuo amore, la mutua deferenza, l'unità tra loro e va dicendo. A questa maniera si potrebbe pur dimostrare che tutte le più grandi colpe hanno il loro fondamento nei primi precetti della legge naturale. Infatti egli è certo che l'uomo commette colpa per vaghezza di ciò che apprende qual bene, comechè tale non sia in realtà, perchè il bene vagheggiato dal colpevole reca la privazione di un bene maggiore, qual è il morale. Per[ci]ò il fondamento primo delle azioni colpevoli sta nella legge naturale fa il bene: come il fondamento d'infinite nequizie sta in quel crescite et multiplicamini, che fu ai primi uomini da Dio intimato. La colpa consiste nella mala applicazione delle naturali tendenze e nell'abuso dei primi principii. Similmente possiam discorrere in fatto di principii politici primi, in alcuni dei quali ci può essere accordo tra il liberalismo e il cattolicismo, quantunque ci sia enorme differenza tra le conclusioni che l'uno e l'altro ne tirano, e le applicazioni che ne fanno. Con qual fronte pertanto si darebbono alcuni ad inferire che il Papa si concilia col liberalismo politico, perchè qualche principio che si professa dalla politica liberalesca, pur si ammette nella sua Enciclica?

Finalmente alcuni sono sollecitati da un'altra ragione, per dire che il Papa vuole riconciliarsi colla società ammodernata. Sono quelli che per leggerezza di carattere si danno al liberalismo, ma vedendone il veleno, col cuore almeno, dentro sè medesimi, se ne distaccano. Cotesti veggono che ciò ch'è proposto dal Papa è giusto, ma non osano dichiararlo apertamente: perciò invece di dire che essi vogliono andare al Papa, si danno ad affermare che il Papa viene ad essi. Non credere, cortese lettore, che questi sieno pochi. Come sono molti i massoni che maledicono l'ora in cui sottomisero il collo al duro giogo settario, così sono molti che nei governi liberali veggono il precipizio al quale corrono, vorrebbono arrestarsi sul pendio, ma non osano o non sanno farlo. Noi avvisiamo che tra questi ci sieno ancora delle teste coronate.

Ma qualunque sia la ragione onde ora si dice e si stampa da parecchi che finalmente Leone vuole riconciliarsi coi principii del liberalismo moderno, ciò è assolutamente falso. I principii di Leone XIII sono quelli di tutti i Papi, e questi furono i suoi principii fin da quando si mise per la prima volta in capo la tiara pontificale. La dottrina che professa la Chiesa e la Sede apostolica è come un fiume, che l'acqua attinta alla pura fonte di Gesù Cristo e del Vangelo porta scorrendo per tutti i secoli. Ma altra cosa è il modo onde questi principii voglionsi applicare alla pratica. Questo modo può e deve esser vario secondo la varietà delle circostanze sociali e la mutazione de' tempi. La Chiesa è la mistica navicella. Al timone di essa siede il Papa, sempre egli mira all'oriente, come a sua meta; ma secondo il vario soffiar dei venti e l'imperversar de' marosi, volge ora un po' a destra, ora un po' a sinistra il timone, ed ora comanda a' marinai che alquanto abbassino le vele, ora che le dispieghino affatto.

II.

L'autorità civile viene da Dio

Ciò posto, è ormai tempo che entriamo a commentare questa Enciclica, egregio parto della sublime mente di Leone XIII. Egli in brevi tratti delinea il carattere dello Stato Cristiano. «Non è malagevole determinare quale sarebbe l'aspetto e l'intimo organamento di una società pienamente formata su principii cristiani. — L'uomo è naturalmente ordinato alla società civile; imperocchè non potendo nell'isolamento procacciarsi da sè il necessario alla vita e al perfezionamento intellettuale e morale, la Provvidenza dispose che egli uscisse alla luce nato fatto a congiungersi ed unirsi ad altri, sia nella società domestica, sia nella società civile, la quale solamente gli può fornire tutto quello che basta perfettamente alla vita. E poichè non vi è società che si tenga in piedi, se non ci è chi sovrasti agli altri, movendo ognuno con efficacia ed unità di mezzi verso di un fine comune, ne segue che alla convivenza civile è indispensabile l'autorità, che la regga; la quale non altrimenti che la società, è da natura, e perciò stesso viene da Dio. — Donde nasce che il potere pubblico in sè stesso non può derivare che da Dio. Imperocchè Iddio solo è il vero e supremo Signore del mondo, e a Lui devono sottostare tutte quante le creature, e servirlo, in guisa che chiunque è investito della sovranità non d'altronde la tiene che da Dio, massimo signore di tutti. Potestà non è se non da Dio [1]

Il sapientissimo Pontefice afferma ciò ch'è il fondamento e il perno della società umana e di ogni Stato; cioè che la società umana e l'autorità vengono da Dio. Queste parole significano che Dio vuole che l'uomo sia in società, e ne costituisce l'autorità. Tale è il fondamento di quel gran principio, ora disconosciuto da tutti gli Stati ammodernati, che l'autorità viene da Dio. Non est potestas nisi a Deo. Ma poichè dall'ammettere pienamente questo principio, ne viene la salute della società, come dal negarlo ne scaturisce la sua rovina, è mestieri filosofare un poco sopra il medesimo.

Come si può conoscere la volontà di Dio che l'uomo viva in società, e che in questa ci sia la sovrana autorità; e come da ciò ne deriva che l'autorità stessa procede da Dio? In quattro maniere può la creatura ragionevole conoscere ciò che Dio vuole da lei. La prima maniera è per mezzo di un immediato intellettuale intuito della essenza di Dio, delle idee archetipe e dell'atto della volontà divina. Questa maniera è soprannaturale e all'uomo non concessa nella vita presente: così il solo beato conoscerà nella vita futura.

La seconda maniera è, non per un immediato intuito dell'intelletto, ma per una manifestazione o locuzione che Dio può fare all'uomo per via delle facoltà intellettive o sensitive di esso. Questa è una locuzione preternaturale, possibile nella presente vita, ma a pochi concessa. Così Dio parlò a' profeti.

La terza maniera di conoscere la divina volontà è pure preternaturale, e si ha quando Iddio la manifesta ad alcuno od alcuni immediatamente, e da questi viene agli altri comunicata. Per avere certezza, in questa maniera, è necessario avere prove sufficienti che la rivelazione a' predetti sia stata fatta.

La quarta maniera è naturale. In questa la volontà di Dio si conosce considerando le create cose e adoperando, nel discorrere sopra le medesime, il lume della nostra ragione che è immagine del lume della divina intelligenza. Qui è mestieri osservare che l'intelletto divino è Verità ed è la norma di ogni verità, in quanto esso contiene le eterne idee archetipe di tutte le cose possibili; ed eminentemente contiene quei principii specolativi e pratici, che noi diciamo risultare dal nesso delle idee. Ci si permetta balbettare da uomini in cosa cotanto sublime e divina. Ad esempio, nell'intelletto divino evvi l'idea del tutto ed evvi l'idea della parte, quindi il principio che ne risulta — il tutto è maggiore di una sua parte: — evvi l'idea di padre ed evvi l'idea di figlio, quindi i principii — il figlio è causato dal padre; il figlio è dipendente dal padre; il figlio deve amare il padre e a lui obbedire. Così dicasi di tutte le idee e di tutti i giudizii o principii che ne risultano nell'ordine specolativo e pratico, metafisico, fisico e morale. Affinchè noi giudichiamo e discorriamo con verità, è d'uopo che ci conformiamo a questi eterni giudizii o principii dell'intelletto divino. Ma come possiamo conoscerli? La vera filosofia ne dà il modo; la falsa si confonde in errori grossieri e, perchè non conosce questo modo, impugna il fatto che noi possiamo possedere la verità assoluta, cioè una verità che debba essere riconosciuta come tale da tutti gli uomini, dalle intelligenze separate dalla materia e da Dio stesso.

Come noi possiamo vedere le fattezze di un volto che sta a noi nascosto da una parete, ma che si specchia in un cristallo a noi visibile? Lo vediamo nella sua imagine, che si riflette nel cristallo. Come noi vediamo l'ammirabile sapienza che stava, come in soggetto, nella mente dell'Aquinate? Leggendo le sue opere. In queste noi la veggiamo espressa e simboleggiata, o significata nelle parole impresse. Nella creazione dell'universo Dio copiò sè stesso; cioè produsse le cose le quali sono a guisa di segni o d'imagini dell'eterne idee archetipe del suo intelletto. Per la qual cosa conoscendo le cose create noi veniamo a formare naturalmente in noi stessi le idee che stanno, come in soggetto, nella nostra mente, le quali idee sono conseguentemente imagini delle idee archetipe, come l'imagine che sta nello specchio, che ritrae quella di un altro specchio, il quale l'ha immediatamente dall'originale, si può e si deve dire imagine di questo originale medesimo.

Non solo le idee che stanno nella nostra mente sono imagini delle idee archetipe, ma eziandio il lume della nostra ragione, da Dio in noi creato, è imagine di quel lume dell'intelletto divino, col quale Dio giudica di tutte le cose che stanno, come in esemplare, nelle divine idee. Però i giudizii che naturalmente risultano dalla conoscenza delle cose, fatta per mezzo delle acquistate idee, sono giudizii conformi ai giudizii divini, che sono i principii di eterna verità. Allorchè noi affermiamo il falso o neghiamo il vero, è la volontà che spinge l'intelletto ad affermare o negare, senza che sia tratto dalla evidenza della verità veduta nel lume della ragione. Adoperiamo una similitudine che chiarisca il concetto. Poniamo che l'occhio di un fanciullo sia simile all'occhio di un uomo adulto, e che la luce onde vede il fanciullo sia simile a quella onde vede l'adulto. Potrà sì veramente l'uno veder meno dell'altro, ma non mai in maniera contraria o veder altra cosa. Che se il fanciullo dicesse non vedere bianco quello che l'uomo vede bianco, bisognerebbe dire che inconsideratamente o per volontà rea afferma di vedere ciò che di fatto non vede, e nega di vedere ciò che di fatto vede. Come l'occhio, così l'intelletto è potenza necessariamente determinata dal suo oggetto, e come quello non può percepire se non ciò che gli si offre, così questo non può conoscere se non ciò che d'intelligibile gli si presenta. La sua fiacchezza può dar occasione di errore, ma per sè non può essere cagione di errore; tuttavia perchè di fatto può proferire un falso giudizio ed errare, per questo de[v]e dirsi fallibile.

Dato questo discorso, ognuno può vedere che dalla considerazione delle creature possiamo conoscere come la pensi, per così dire, Iddio, e quale sia la sua volontà. Dio parla, nell'ordine naturale, per le creature: e la voce della creatura, intelligibile all'uomo e non sensibile ai bruti, è la voce di Dio. Ciò posto discorriamo così.

Noi vediamo che come una campana è fatta per sonare; un paio di guanti sono fatti per coprirsi le mani; un orologio per indicare le ore, e che tale era la volontà degli artefici che hanno fabbricate coteste cose per modo che di santa ragione diamo del pazzo a certi ignoranti scienziati dei nostri giorni che negano le cause finali; similmente diciamo che l'uomo nasce per vivere; ch'è così e così configurato per succhiare il latte dalle poppe materne e queste sono formate a fabbricarglielo, che quindi è fatto per nutrirsi di solido cibo, per crescere e riprodursi, e poscia che egli è ordinato a parlare, a perfezionarsi nell'intelletto e nella volontà, come alla sua debita perfezione è ordinato ogni vivente. Se non che tutte queste belle cose non si possono avere fuori della società, come afferma Leone XIII nella sua Enciclica e come hanno insegnato tutti i filosofi. Infatti abbandonato il bambino a sè stesso, non solo nel tempo in cui deve succhiar la vita dal seno materno, ma per molti anni, senza dubbio perirebbe. La lingua è ereditaria, e l'uomo fuori di società non parlerebbe. Imperocchè la parola è relativa ad altrui, facendosi per essa ad altrui manifesti i proprii concetti e i proprii voleri. Ma il nesso tra la parola, ch'è segno, e la cosa concepita nella mente è arbitrario e non naturale, per[ci]ò la parola p. e. fuoco avrebbe potuto significare acqua o sasso, e la parola acqua avrebbe potuto significare uomo. È per arbitrio umano che ciascuna parola ha relazione alla cosa significata per essa. Per[ci]ò prima di parlare con altri, in maniera da farsi intendere, è mestieri che altri conosca a quale cosa concepita corrisponda la tale parola o la tal altra. E questa è la ragione del fatto che la favella si apprende nella società, e non mai s'inventa da uomo affatto solitario.

E qui non diciamo già noi che se l'uomo non ha favella, egli sia senza verun uso di ragione, ma pur è chiarito che, senza la favella o senza l'uso di altri segni, che alquanto suppliscano a' vocaboli, l'uso di ragione è di molto ritardato ed impedito, nè apparisce l'accrescimento di quella intellettuale e morale perfezione la quale è propria dell'uomo ed è potissima [= singolarissima N.d.R.].

Per queste ed altre ragioni assai, si dice che la natura ha ordinato l'uomo alla società. Ma ognuno che non abbia dato ad impedulare il proprio cervello, ben sa che questo nome natura o è un vano suono, ovvero sott'esso vuolsi qui intendere solo Iddio. Così quando si dice che l'arte ha arricchito di bellissimi monumenti le sale del Vaticano, se altri vuole esclusi gli artefici, la parola arte è vana e chi la proferisce è uno stolto. L'arte dell'uomo è la imitatrice della natura, e la natura è l'arte di Dio. E come l'artefice umano, dipingendo una tela o scolpendo un marmo, produce una imitazione delle idee che stanno nella sua mente e che ha tratte dalla contemplazione della natura; così Dio, dando l'essere a tutte le cose, produce imagini della eterna ed infinita idea ch'è egli stesso.

Adunque è fermo che Dio, quale autore della natura, vuole che l'uomo stia in società, e perchè quando Dio vuole efficacemente un fine dà ancora all'essere ordinato a questo fine una tendenza, onde è mosso a cercarlo, ne deriva che tutti gli uomini passati si unirono in società, e vi si uniranno i futuri. Ci venne fatto invero di ritrovare delle società selvagge e barbare, ma uomini che, a guisa delle fiere delle boscaglie, sieno affatto fuora del consorzio dei loro simili e tendano alla riproduzione senza veruna stabile convivenza, noi non li ritroviamo. Stabilito questo punto, andiamo innanzi.

E come Dio può volere la società, senza insieme volere ciò che essenzialmente appartiene alla medesima? È impossibile! Or consideriamo che società è unione di più individui, ordinati a congiungere insieme gli sforzi per conseguire un fine a tutti comune; e dalla diversità del fine deriva la diversità delle varie società. In ogni società l'ordine è necessario; e tanto più nella società domestica e nella civile, che è da Dio voluta ed è all'uomo naturale, esso è indispensabile nell'operare. Quest'ordine è un effetto che essenzialmente suppone la sua causa proporzionata, cioè la causa ordinatrice: ed è appunto questa, che è detta principio di autorità, o semplicemente autorità. Per la qual cosa è certo che Dio vuole l'autorità; e però dice Papa Leone: la quale autorità, non altrimenti che la società, è da natura, e per ciò stesso viene da Dio, saviamente congiungendo colla società l'autorità, mercecchè in tanto l'autorità è voluta da Dio, in quanto è voluta la società; essendo questa l'antecedente e quella il conseguente essenzialmente con esso legato.

A questo discorso non altri può opporsi se non chi dica l'ordine sociale non abbisognare di veruna causa, potendo esso supporsi derivare dal caso. Ma chi spropositasse così, non avrebbe bisogno di confutazione, sì soltanto di compassione. Che se egli dicesse che tutti i socii possono tra loro intendersi, per determinare insieme il modo di operare e l'ordine sociale che ne deriva, non cadrebbe in assurdo, ma in tal caso non discorrerebbe più dell'autorità sociale in genere, bensì entrerebbe a trattare di una forma particolare in cui l'autorità si spiega, cioè della forma democratica; e delle forme varie parleremo appresso. Qui trattiamo in genere, e così diciamo essere necessaria l'autorità all'ordinamento sociale.

Questo che diciamo noi, con la sua solita chiarezza, insegnava l'Angelico: «Se adunque è naturale all'uomo il vivere in società di molti, è tra gli uomini necessario che la moltitudine sia retta. Conciossiachè essendo molti gli uomini, mentre ciascuno provvede a ciò che gli conviene, la moltitudine si dissiperebbe in parti contrarie, se non vi fosse qualcuno che provvedesse a ciò che riguarda il bene della moltitudine; come il corpo dell'uomo e di quale si sia animale si discioglierebbe, se non ci fosse nel corpo stesso una forza reggitrice comune a tutti i membri, la quale tendesse al bene comune di tutti. Il che considerando Salomone disse (Prov. 11, 14): — Ove non è governatore, si dissipa il popolo. — [Prov. XI, 14: «Ubi non est gubernator, pupulus corruet. — Dove non è chi governi, il popolo anderà in rovina.» N.d.R.] E questo accade secondo ragione: poichè non è la stessa cosa il proprio e il comune: e (i molti socii) rispetto al proprio si distinguono; e si uniscono rispetto al comune. Di cose poi diverse sono differenti le cagioni. Laonde è necessario che, oltre quello che muove a ciò ch'è proprio di ciascuno, ci sia quello che muove al bene comune di molti. Per lo che in tutti coloro che ad un fine sono ordinati si ritrova uno che regge gli altri. Dunque è necessario che in ogni moltitudine ci sia quello che regge [2]

Da ciò è manifesto, che l'esservi nella società l'autorità sovrana è di diritto naturale; e perciò la stessa autorità vuolsi dire venire da Dio. Ma altra cosa è l'autorità, altra il soggetto nel quale essa si ritrova: nè perchè l'autorità viene da Dio, è necessario ammettere che pure da Dio ne sia determinato il soggetto. Questo può essere ed è generalmente determinato dagli uomini. Considerata la derivazione dell'autorità in questa generale maniera, non v'è discrepanza tra teologi e i filosofi, degni di questa appellazione: e tutti seguono la dottrina che il chiarissimo Bellarmino propose in questi termini. «La politica potestà, considerata universalmente, non discendendo in particolare alla Monarchia, alla Aristocrazia, alla Democrazia, viene immediatamente dal solo Iddio: mercecchè consegue necessariamente la natura dell'uomo, e per[ci]ò deriva da quello che fece la natura dell'uomo. Inoltre questa potestà è di diritto naturale, perchè non dipende dal consenso degli uomini: poichè o vogliano o non vogliano, debbono essere retti da alcuno, purchè non vogliano che l'uman genere perisca: ciò ch'è contro l'inclinazione della natura. Ma il gius di natura è gius divino; onde il reggimento è introdotto per gius divino; e questo apparisce essere propriamente inteso dall'Apostolo, quando dice ai Romani (Cap. 13). — Chi resiste al potere, resiste all'ordinazione di Dio [3]

Non per rivelazione positiva di Dio, ma dal lume stesso della umana ragione, siamo necessitati ad ammettere questi principii, che nobilitano l'uman genere e formano il primo fondamento della costituzione di una società cristiana. Dio creatore, sapientissimo, santissimo, onnipotente, è il supremo sovrano della società umana. L'autorità politica, o sia come in soggetto nella democrazia, o sia nella aristocrazia, o sia nella monarchia assoluta o temperata, è autorità derivata da Dio. Sovrani e legislatori terreni che cosa siete? Siete ministri di Dio. Noi dobbiamo rispettarvi, noi dobbiamo obbedirvi, ma l'ossequio e la soggezione che noi diamo a voi non è assoluta, è relativa. Come io chino la fronte a un pezzo di legno, che è effigiato a Crocefisso e l'adoro, perchè il mio culto si va a riferire, non alla vile materia ond'è fatto, ma a chi è in esso rappresentato; così chino la fronte innanzi all'autorità politica che deriva da Dio, avvegnachè stia non di rado in soggetto vile e dispregevole. Per sè ella è sempre divina, e l'inchinarci a lei non è per noi umiliazione, ma gloria. [Cfr. a completamento il Card. Manning in «Il dominio temporale del Vicario di Gesù Cristo», parte III, discorso III, n° IV. N.d.R.]

L'umiliazione vergognosamente è portata da tutti i fautori del liberalismo, i quali, sbandito il diritto di Dio, ad esso sostituiscono il diritto dell'uomo; ed assai spesso quella fronte che al cielo solo de[v]e chinarsi, chinano alla terra e al putridume di un uomo ignorante, di un ubbriacone, di un dissoluto, ed anche di una femmina, nel cui capo potrebbe accader di vedere il diadema reale o imperiale congiunto coi vezzi ricevuti da drudi. [= coi gioielli ricevuti da turpi amanti N.d.R.]

Se non che essi diconci: noi rispettiamo quella autorità sovrana che noi stessi abbiamo a loro concessa, e deriva, come da prima sorgente, da noi medesimi. E questa è stoltezza, rispondiamo noi, frutto della scienza moderna: e lo mostriamo con tutta evidenza. Altra cosa è obbligarsi, altra porre un fatto il quale è come una condizione di una obbligazione che noi incontriamo con Dio. Così altri può fare un voto, posto il quale, è obbligato ad osservarlo; ma non è l'individuo, indipendentemente da Dio, capace di obbligare sè stesso. Il precetto e la legge essenzialmente richiede chi la fa e cui è fatta, cioè distinte persone. E come l'uomo non può comandare a sè stesso, e conseguentemente non può dar ad altri autorità sopra la propria coscienza; così nessun uomo ha di per sè autorità di comandare ad altro uomo, in maniera da obbligarne la sua coscienza. La obbligazione in coscienza porta che chi fa contro essa commette colpa: e colpa non è, se non ove è opposizione alla divina volontà. È mestieri perciò che Dio voglia che si obbedisca a chi nella società impera; e quando ciò avviene, è chiaro che la forza morale nell'imperante deriva dalla divina autorità. Per lo che è manifesto, che chi ammette che l'autorità sovrana non dipende da Dio, conseguentemente deve ammettere che la legge umana non obbliga la coscienza dei sudditi, e che questi sono costretti ad obbedire solo per forza: cosa contraria alla dignità dell'uomo e solo tollerabile nei bruti animali.

E qui chiudiamo questo articolo, recando distesamente quella nobilissima dottrina la quale ha san Paolo Apostolo, sopra la divina origine di ogni potere, alla quale dottrina accenna il sommo Pontefice. «Ogni anima, dice l'Apostolo, sia soggetta alle sublimi potestà. Imperocchè non v'è potestà che non venga da Dio: e le potestà che sono tali, sono da Dio ordinate. Onde chi resiste alla potestà, resiste all'ordinazione di Dio. Quelli poi che così resistono, essi stessi incontrano la dannazione: poichè i principi non sono a timore di chi fa il bene, ma di chi fa il male. Vuoi tu non temere la potestà? Fa il bene e ne avrai lode da essa: perchè è ministro di Dio a tuo bene. Ma se farai il male, temi: perchè non porta senza ragione la spada. Egli è ministro di Dio: vindice a gastigo di colui che opera il male. Perciò è necessario che siate soggetti, non solo per timor della pena, ma ancora per obbligazion di coscienza [4].» Quest'è il vero concetto dell'autorità civile. Ma oggimai, come nell'ordine filosofico specolativo si gittò nel fango l'uomo, affermando che nell'essere suo non è essenzialmente diverso dai bruti perchè dai bruti, secondo la odierna pazza sentenza, deriva; così nell'operare vien riputato simile a' bruti e non si vuole obbligato ad operare dalla coscienza e dal dovere, ma dalla forza e dal timore. A questo si è giunti, col sostituire il diritto dell'uomo al diritto di Dio! Ma ciò ch'è da natura è immutabile, e perciò le stolte teorie moderne non valgono giammai a cangiare l'origine dell'autorità: o viene da Dio, o non esiste.

[CONTINUA]

COMMENTARIO DELL'ENCICLICA «IMMORTALE DEI»
INDICE GENERALE:

I parte:
Proemio.
II. parte:
§ I. Detrattori dell'Enciclica § II. L'autorità civile viene da Dio
III parte:
§ III. Dell'autorità sovrana e del suo vario soggetto.
IV parte:
§ IV. Come nell'autorità sovrana debba essere Iddio specchiato.
V parte:
§ V. La Società Civile e la Religione
VI parte:
§ VI. Roma e la Chiesa di Gesù Cristo
VII parte:
§ VII. La Chiesa è alla società civile come l'anima razionale è al corpo.
VIII parte:
§ VIII. Libertà moderne - idee ed azione cattolica
IX parte:
§ IX. Conclusione.
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NOTE:

[1] Ad Rom. XIII, 1.

[2] «Si ergo naturale est homini quod in societate multorum vivat, necesse est in hominibus esse quod multitudo regatur. Multis enim existentibus hominibus, et unoquoque id quod est sibi congruum providente, multitudo in diversa dispergeretur, nisi etiam esset aliquis qui de eo quod ad bonum multitudinis pertinet curam haberet; sicut et corpus hominis et cuiuslibet animalis deflueret, nisi esset aliqua vis regitiva communis in corpore, quae ad bonum commune omnium membrorum intenderet. Quod considerans Salomon dicit (Prov. 11, 14). — Ubi non est gubernator dissipabitur populus. — Hoc autem rationabiliter accidit; non enim idem est quod proprium et quod commune: secundum propria quidem differunt, secundum autem commune uniuntur. Diversorum autem diversae sunt causae. Oportet igitur praeter id quod movet ad proprium bonum uniuscuiusque, esse aliquid quod movet ad bonum commune multorum: propter quod et in omnibus quae in unum ordinantur, aliquid invenitur alterius regitivum... Oportet igitur esse in omni multitudine aliquod regitivum.» De regim. Princ. c. 1.

[3] «Politicam potestatem in universum consideratam non descendendo in particulari ad Monarchiam, Aristocratiam vel Democratiam, immediate esse a solo Deo, nam consequitur necessario naturam hominis, proinde esse ab illo qui fecit naturam hominis. Praeterea haec potestas est de iure Naturae, non enim pendet ex consenso hominum: nam, velint nolint, debent regi ab aliquo, nisi velint perire humanum genus, quod est contra naturae inclinationem. At ius naturae est ius divinum, iure igitur divino introducta est gubernatio, et hoc videtur proprie velle Apostolus, cum dicit (ad Romanos 13): Qui potestati resistit Dei ordinationi resistit.» — Bellarm. De Laicis, lib. III, cap. VI.

[4] «Omnis anima potestatibus sublimioribus subdita sit. Non est enim potestas nisi a Deo; quae autem sunt, a Deo ordinatae sunt. Itaque qui resistit potestati, Dei ordinationi resistit. Qui autem resistunt, ipsi sibi damnationem acquirunt. Nam principes non sunt timori boni operis sed mali. Vis autem non timere potestatem? Bonum fac et habebis laudem ex illa: Dei enim minister est tibi in bonum. Si autem malum feceris, time: non enim sine causa gladium portat. Dei enim minister est: vindex in iram ei qui malum agit. Ideo necessitate subditi estote, non solum propter iram, sed etiam propter conscientiam.» Ad Romanos, c. 13.