Traduzione italiana dell'Enciclica Immortale Dei (1/XI/1885)




























































La Civiltà Cattolica, anno XXXVI, serie XII, vol. XII, Firenze 1885, pag. 506-515.

R.P. Giovanni Maria Cornoldi d.C.d.G.

COMMENTARIO DELL'ENCICLICA IMMORTALE DEI

(Parte prima)

PROEMIO

Non v'è dubbio che ciò che è la luce rispetto alle cose terrene nell'ordine fisico, sia il Papato nell'ordine morale rispetto a tutto il genere umano. Quando tutte le genti erano avvolte nelle tenebre del paganesimo ed erano soggette a servitù obbrobriosa, dal Papato ebbero luce e libertà vera. Quello che disse Gesù Cristo dei suoi apostoli vos estis lux mundi, debbe essere riferito in maniera specialissima a Pietro e ai suoi successori che sono i Pontefici Romani, dai quali tutto il cattolico episcopato e tutta la Chiesa riceve la vita e nei quali s'incentra la fede. Poichè ubi est spiritus Domini, ibi libertas, il Papato inspirando nei principi e nei popoli lo spirito del Signore, fu il creatore della vera libertà e il conservatore della medesima.

Diceva Aristotile che per riordinare le cose conviene ricondurle ai loro principii, e perciò ora che, più forse che ne' tempi passati, il mondo precipita nelle tenebre d'innumerabili errori e si dà volontariamente ad abbietta servitù, scambiandola con la libertà, ora specialmente è mestieri che la luce si diffonda da Roma, e Roma insegni ai popoli illusi, quale sia e dove si trovi la verità e la vera libertà. Ma quando diciamo Roma, già si sa, noi intendiamo ciò che ne costituisce l'essenza, ciò che è stabile e non intendiamo già un avventiccio accidente.

Dio ha dotato Leone XIII di altissima sapienza e di altissima prudenza, e in questo tempo di pregiudizii l'ha posto sopra il trono di Pietro. Egli conosce la sua missione e con incredibile fermezza la compie.

Dopo l'apostasia luterana e specialmente dopo il giansenismo e il pseudo filosofismo del secolo passato, tutto si mise in opera per distruggere la Chiesa cattolica. Si pose ogni artificio affinchè i principii della vera filosofia cristiana, sopra i quali unicamente doveano essere collocati i governi dei popoli, fossero dispregiati e pazzamente si andò in cerca di una qualche forma di governo che guarentisse la libertà dei popoli e ne procurasse il progresso, fuori e contro la Chiesa di Gesù Cristo. In alcune parti si stabilirono le forme repubblicane, in altre le forme costituzionali, fondandole sopra principii razionalistici; e oggimai in tutte le civili nazioni l'organizzamento politico è cangiato ed è scristianeggiata la società. La massoneria paga a caro prezzo le penne dei giornalisti, perchè esaltino la grande riforma politica, denigrino con abbiette calunnie i papi, i vescovi, e i saggi scrittori che imparzialmente vogliono secondo i dettami dell'eterna verità giudicare delle novità presenti. Ma nel tempo stesso che si sta aspettando che sopra i ruderi del passato spunti un avvenire pieno di felicità per tutti, cresce in maniera spaventosa la miseria e il disordine. Si strombazza libertà e l'uomo non vede tutelati i primi diritti della sua coscienza; i re della terra sono quali fantocci retti dal talento voltabile delle plebi; alla sapienza ed alla virtù è sostituito il numero; i quattrini e le cortigiane spingono gli uomini a reggere la cosa pubblica; e dove è scritto la legge è eguale per tutti, la cieca passione politica spesso è giudice e la legge secondo la quale si deve giudicare non è legge perchè offende i diritti di Dio e si oppone alle leggi di natura. I rappresentanti delle nazioni si collegano a formar trattati internazionali; decidono della possessione degli Stati; ma se gli eserciti sterminati non istanno lì pronti a far eseguire con la forza le loro volontà, ne sono dispregiate le disposizioni, perchè mancano affatto d'intrinseca autorità. Non v'è sovrano contro cui il settario non abbia steso il braccio parricida, o non congiuri contro la sua vita; i popoli, i quali col fatto provano la vanità delle avute promesse, fremono come un mare in tempesta che minaccia di tutto inondare e distruggere: ogni nazione è come divisa in due parti, l'una delle quali sta coi fucili spianati a far fuoco sull'altra, quando questa stanca oggimai d'essere zimbello degli oppressori alzasse ardita la fronte per distruggere questi nuovi ordini di cose. Ma la parte oppressa è pur guasta nelle idee e conseguentemente nei costumi, e la sua ribellione non sarebbe ordinata alla restaurazione dell'ordine, bensì al nichilismo, cioè all'universale esterminio.

In questo stato di cose manca a tutti o la mente o la forza di pensare e di adoperare que' mezzi che sarebbono opportuni o necessarii a salvare la società. Molti sovrani veggono l'abisso su cui stanno per mettere il piede, ma ridotti all'impotenza di operar da sovrani, non si credono nemmeno in diritto di lamentarsi e di consigliare efficaci riforme. Dio, dice la scrittura, fecit sanabiles nationes gentium. [cfr. Vulg. Clem., Sap. 1, 14. Mons. Antonio Martini commenta: «E salubri fece le cose che nascono nel mondo ec. Ho preso la voce nationes nel significato, in cui è presa anche da' buoni scrittori latini (vedi Plinio lib. XXII. 24), significato, che ottimamente conviene in questo luogo. Dio fece salubri, cioè senza contagione di morte le cose, che nascono sopra la terra (gli uomini principalmente), e nulla di velenoso, nulla di mortifero e di distruttivo è in esse, onde sieno condotte a perire. Secondo questa sposizione non ha qui luogo la quistione, se prima del peccato certe erbe e certi animali fossero velenosi, come sono di presente, intorno alla quale vedi August. de Gen. ad litt. III, 18. e san Basil. in Hexam. hom. V.» N.d.R.] Ma qual medico ha egli costituito a recare salute alla società, quando è inferma? Ha costituito il suo Vicario in terra il successore di Pietro; perciò Leone XIII nell'universale confusione alza la sua apostolica voce piena di sapienza e di autorità e parlando a' Principi e ai popoli mette sotto i loro occhi la norma della società cristiana, nella quale sola gli uomini possono trovare la vera pace, il vero progresso, la vera libertà, e gl'invita a ragguagliare questa norma col fatto, per eccitarli così ad una generale riforma.

Moltissimi si aspettavano che la presente Enciclica trattasse del liberalismo politico, e si credono delusi nella loro aspettazione; ma, comechè il gran Pontefice Leone eviti nella sua pura latinità di pronunciare questo vocabolo barbaro, nondimeno si può dire che ne tratti ex professo dal principio sino alla fine, mercecchè il liberalismo in politica è appunto quella costituzione degli stati che si oppone alla norma cristiana che viene data da lui.

Cotesta Enciclica è della massima rilevanza, perchè si può dire che contiene la salvezza della società e la soluzione di tutte le grandi questioni politiche. I veramente saggi e molti giornali, anche eterodossi, l'hanno altamente encomiata. Noi non ci contenteremo di encomiarla e di accennare con una pennellata alle sue vere bellezze e alle importantissime ed opportunissime verità pratiche che contiene: piuttosto ne faremo un Commentario alquanto esteso, essendo della massima rilevanza che i nostri lettori ben conoscano i principii della vera politica cui debbono seguire, perchè questa è ignorata o travolta da tutti i libertini moderni che costituiscono la massima parte di quelli che oggidì chiamansi pubblicisti.

Non poteva il Santo Padre conciliarsi l'animo in migliore maniera che premettendo alla sua Enciclica il principio che vi premise. Eccolo: «La Chiesa, opera immortale del misericordioso Iddio, sebbene per natura sua abbia direttamente in mira la salute delle anime e la eterna felicità del cielo, tuttavia ancora nell'ordine temporale reca tali e tanti vantaggi, che più e maggiori non potrebbe se destinata fosse direttamente e sovra ogni cosa a procacciare la prosperità della vita presente. Infatti dovunque le succedette di mettere il piede, cambiò immantinente l'aspetto delle cose, ed i costumi dei popoli informò a virtù dianzi sconosciute ed a civiltà nuova; per la quale, coloro che l'accolsero, andarono sopra gli altri per mitezza d'indole, per equità e per isplendore d'imprese.» Questo tratto da prima contiene un'affermazione; quindi l'accenno alla sua prova di fatto. Per ciò che si attiene al fatto non può non essere un ignorante colui che ardisca rivocarlo in dubbio. La storia, le tradizioni, i monumenti infiniti, le scienze e le arti, tutto dice che, rispetto eziandio all'ordine temporale ed alla civiltà, la Chiesa ha recato immensi vantaggi ai popoli. Questo è un tema trattato da mille scrittori, di guisa che il dubitarne sarebbe follia; e i più beffardi nemici della Chiesa oggimai non più osano opporsi, e se taluno si ostina ad opporsi, dà subito a divedere apertamente che in lui parla l'odio e non la ragione, tanto le sue menzogne sono cospicue.

Ma ciò che bisogna considerare precipuamente è che le belle virtù dianzi sconosciute e la vita nuova e le onorate imprese, alle quali cose accenna Papa Leone, non talvolta ma sempre e da per tutto fiorirono in que' popoli che abbracciarono il cristianesimo. Questo è come un effetto universale, il quale, per ciò stesso ch'è universale, deve dipendere da una causa universale, e non da particolari circostanze di persone o di luoghi; altrimenti ne rimarrebbe violato il principio di causalità. Non in Roma soltanto la superbia, la crudeltà, la lascivia pagana dovettero cedere il luogo all'umiltà, alla mitezza, alla castità, alla carità e a tutte le virtù predicate dagli apostoli e dai loro successori; nè solo in Roma (quasi ne fosse causa la fortezza e la generosità del carattere della latina progenie) si videro migliaia di uomini e di donne di ogni condizione e di ogni età offrire da magnanimi il proprio sangue per suggellare la verità e la virtù; ma questo avvenne in tutti i popoli che dalla vita barbara od anche selvaggia si tradussero alla cristiana. Persino la terra de' selvaggi e de' cannibali dell'America fu trasformata, come la disse l'illustre storico Muratori, in un Paradiso in terra. Per la qual cosa è mestieri riferire questa salutare mutazione di tutti i popoli alla natura stessa della religione cristiana, la quale natura è la medesima in tutti i luoghi e in tutti i tempi.

Di vero la religione cattolica è soprannaturale. Ma qui è proprio dove spropositano quasi tutti i pubblicisti moderni che vanno al digrosso ed hanno una scienza superficiale. Si danno costoro a credere che il soprannaturale (quasi fosse innaturale) tolga il naturale, come ne fosse la negazione, e perciò tutti i beni, i pregi, le virtù naturali non abbiano punto luogo nel cristianesimo. Quindi non si possono capacitare che la religione cristiana non sia per sè contraria al naturale progresso ed alla naturale perfezione degli uomini e delle nazioni. Questa sentenza è assai comune, ma essa è un perniciosissimo e bestiale errore. Ciò che è sopra suppone ciò ch'è di sotto, nè quello potrebbe esservi se questo non vi fosse; come non v'è il monte senza che vi sia la valle. Il soprannaturale suppone la natura, la abbellisce, la perfeziona, l'innalza, la nobilita, la divinizza: è come le gemme preziose che stanno nel diadema di una regina, e le perle elette che ne adornano il collo e i diamanti splendenti che pendono dalle sue orecchie. Il soprannaturale suppone la natura e tutta la sua naturale beltà, e v'aggiunge di più, pregi superiori, grazia e splendore. Per recare qualche similitudine che più spieghi il concetto, diremo che il soprannaturale contiene in sè il naturale come il più perfetto contiene in sè il meno perfetto, come nella perfezione del bruto vi ha quella della pianta e nella perfezione dell'uomo quella del bruto. Non è già che ciò che costituisce l'uomo altro non sia che una maggiore esplicazione della perfezione di quello che costituisce il solo bruto: no, esso è una perfezione essenzialmente diversa, una perfezione di genere più elevato, che aggiunge all'uomo una nobiltà, di cui manca il puro animale. Così avviene del soprannaturale che superando il naturale lo innalza e lo nobilita.

Il Santo Padre non è contento di dire che la Chiesa non toglie i beni della natura, ma afferma che non potrebbe portarne di più se ella fosse direttamente ordinata a recarli. Questo logicamente discende dal fatto discorso. Imperocchè a chi non è noto che perfezionando un soggetto, questo si rende più acconcio a riceverne più preziosi ornamenti? Perciò che la Chiesa ha per propria missione il disporre gli uomini a ricevere i belli ornamenti della grazia e delle soprannaturali virtù, di per sè tende studiosamente ad abbellire la natura umana. Laonde veggiamo che niun popolo restò selvaggio facendosi cristiano, ma con ciò stesso diventò veramente civile.

Di più, le dottrine speculative e pratiche insegnate dalla Chiesa tendono, di per sè, a cultura della mente e a perfezione della operazione dell'uomo. Innumerabili verità rivelate sono verità naturali e precetti della legge eterna e naturale, cui l'uomo dev'essere sottoposto anche indipendentemente dalla rivelazione, e che, nella massima parte, erano dimenticate o non conosciute dai popoli abbandonati a sè stessi. La rivelazione poi di quelle verità che non si possono dalla umana ragione coi principii derivati dalla conoscenza delle creature, dimostrare, giova immensamente ad aguzzare l'intelletto nelle cognizioni naturali, ed appunto questa rivelazione mise le ali ai potentissimi ingegni di Agostino e di Tommaso onde divennero sommi filosofi, a petto dei quali quei moderni scienziati che si oppongono alla rivelazione sono a guisa di fanciulli che balbettano con fantasia indisciplinata, ed eccitano la compassione degli uomini serii.

Queste ragioni bastano a dimostrare che la Chiesa di natura sua tende alla perfezione anco naturale dei popoli e al verace progresso, e per[ci]ò in virtù di quel principio che, generalmente parlando, posta la causa necessaria, deve uscirne l'effetto, è mestieri inferire che ovunque la Chiesa si è impossessata di un popolo, in questo deve fiorire la cultura dei gentili costumi e di tutto ciò che lo perfeziona anco nell'ordine naturale. Nondimeno talvolta accade che una causa per sè determinata a produrre un effetto, venga impedita a produrlo, o che questo sia distrutto da altra causa nel suo primo spuntare. Con questi principii dobbiamo discorrere del Cristianesimo e della Chiesa cattolica, quando consideriamo le eccezioni alla legge universale sopra esposta, eccezioni che dai nemici della Chiesa stessa vengono maliziosamente fatte passare per ordinaria regola. È forse da attribuirsi alla incapacità del pittore, se altri ne guasta la pittura appena fatta? O alla incapacità del coltivatore se mentre egli semina il grano eletto, altri gitta nella stessa gleba la zizzania e questa germoglia? Lo spirito di carità che infonde la Chiesa nei popoli, gli obblighi che inculca ai genitori, la istruzione retta e la retta educazione onde coltiva la gioventù, il distogliere che fa dall'ozio e l'eccitare allo studio di ogni arte e di ogni scienza, di per sè tendono a recare vantaggi immensi anco naturali nei popoli. Ma è forse sua colpa, quando questi frutti non veggonsi perchè i governi leganle le braccia, ne infrenano la parola; od operando in senso contrario ne rendono, in parte, infeconda l'azione? Eppure sempre dai nemici della cattolica Chiesa vengono a questa imputati i mancati effetti del suo apostolato di civiltà, che sono da attribuire a tutt'altra causa che non a lei ed alla sua dottrina. Per ciò cadono in quel sofisma che dai logici è detto non causa pro causa, e si commette quando un effetto, viene riferito ad altra cagione da quella ch'è veramente la sua.

Ma non è questo il solo sofisma in cui cadono costoro; continuatamente cadono anche in quello che da una proposizione particolare traggono una universale conclusione, e ciò che avviene accidentalmente scambiano con ciò che avviene naturalmente od essenzialmente. In fatti perchè in un luogo, o in un piccolo spazio di tempo v'è eccezione alla regola universale, e un popolo non mostra la desiderata cultura, e il progresso materiale non viene talvolta conseguito, se ne incolpa la natura stessa della Chiesa, del suo insegnamento e della sua azione, mentre se ne deve riconoscere la causalità in particolari accidenti.

Ciò poi che a nostri giorni sommamente illude il volgo e lo rende avverso alla Chiesa, è quel confondere con iniquo sofisma ciò ch'è vero bene con ciò che tale è soltanto in apparenza, e il vero con un fallace progresso. Imperocchè bonum ex integra causa, malum autem ex quocumque defectu, dice l'antico proverbio. Non è vero bene quello che, quantunque all'uomo rechi qualche utilità o piacere, tuttavolta lo priva di un bene maggiore, e perciò vuolsi considerare qual male. Certamente non dovrà, per esempio, dirsi vero bene dell'uomo un cibo dilettoso che gli reca poscia atroci dolori e celere morte: nè certi vizii che tolgono all'uomo ogni valore, e pieno di malanni lo precipitano nella tomba, possono dirsi veri beni dell'uomo. Ciò che nell'uomo è precipuo, è il bene morale non il fisico; per lo che non può aversi in conto di vero bene dell'uomo quello che offende l'ordine morale recando qualche vantaggio nell'ordine fisico. Laonde se la Chiesa non promuove ciò che per questo motivo debbesi dire male e non bene dell'uomo e dell'umana società, non può ella accusarsi quale nemica del progresso degli individui e della stessa umana società, anche nell'ordine materiale. Questo discorso è pieno di verità e, come disse Leone, il concorrere possentemente la Chiesa a' vantaggi ancor materiali dei popoli è evidentemente dimostrato colla storia e con la tradizione di tutti i popoli e in tutti i tempi.

Contuttociò deplora altamente il Pontefice che questa verità sia stata sempre e sfacciatamente impugnata. «Con tutto ciò è assai vieta quell'oltraggiosa accusa, che alla Chiesa si muove, di essere nemica degli interessi civili, e incapace affatto di promuovere quelle condizioni di benessere e di gloria, cui a buon diritto e per naturale tendenza aspira ogni ben ordinata società. Sappiamo che già sin dai primi tempi della Chiesa, per cagione di codesto iniquo pregiudizio si costumò di perseguitare i cristiani e metterli in odio e in mala vista eziandio come nemici dell'impero: prevalendo in quel tempo il maltalento d'imputar loro ogni sventura che allo stato incogliesse, dove invece era la man della giustizia di Dio che puniva i colpevoli.» Gli uomini saggi e i cattolici di que' vetusti tempi ben conoscevano che questo non era altrimenti che un pretesto, ma che la vera ragione dell'odio era il casto e l'umile vivere de' cristiani e la purezza della legge loro, le quali cose erano un continuo rimprovero ai pessimi costumi pagani; e perciò ebbero sempre in conto di martiri coloro che, calunniosamente citati quali nemici della patria, venivano tratti a crudeli supplizii.

Ma quel pretesto veniva accolto per buona ragione da moltissimi del volgo, e per questo motivo gli apologisti cattolici dimostrarono con tutta evidenza che la religione cristiana non danni ma vantaggi recava agli Stati, e tra cotesti apologisti acconciamente Leone XIII cita il grande Agostino. «L'atroce calunnia giustamente armò l'ingegno ed affilò la penna d'Agostino, il quale massimamente nella Città di Dio, pose in tanta luce la efficacia della cristiana dottrina anche sotto l'aspetto sociale che si direbbe aver lui non pure fatta l'apologia dei cristiani del suo tempo, ma ancora menato un trionfo, che mai non resta, di tutti i malvagi calunniatori.»

La guerra ingiusta e barbara fatta dal paganesimo contro la Chiesa suscitò l'ira di Dio. Sopra i ruderi di Roma pagana surse a eterna vita la Roma Cristiana, e dal sangue dei martiri da per tutto pullularono nuovi fedeli, finchè l'impero pagano si trasformò in impero cristiano. Allora i popoli, rotti i ceppi di abbietto servaggio, proclamarono libertà vera, la quale franca l'uomo da ogni ingiusto oppressore lasciandolo sotto il paterno reggimento di Dio e di chi lo rappresenta qui in terra. Se non che alla metà del secolo passato quelle sètte nelle quali, per così dire, s'incarnò satana, e le quali a lui devote con abbominevoli giuramenti si consacrano a guerreggiare Gesù Cristo e a distruggere la sua Chiesa, per ottenere questo scopo, si sono adoperate con incredibile costanza a distruggere l'ordinamento sociale che scaturisce dal Vangelo ed a costituire governi apostati da Dio e nemici alla sua Chiesa, speranzosi, che, ottenuto questo, di leggieri otterrebbono il vagheggiato loro scopo. Tutta la eloquenza sofistica dei settarii è spesa a far credere che tali governi sono l'apice del progresso politico, sono l'unico fondamento della libertà, della prosperità, della pace, della grandezza, della ricchezza, della potenza dei popoli. «Ma, dice Papa Leone, per tentativi che da molti si fecero, egli è un fatto che a costituire e governare gli Stati, non venne trovato miglior metodo di quello, che spontaneamente scaturisce dalla dottrina del Vangelo.»

Il Santo Padre con quell'acume di mente, onde signoreggia il suo secolo e con quel tatto pratico che gli è proprio, ben vide che mediante l'apostasia dei governi da Dio si tende, con non poco deplorabile successo, a conseguire l'apostasia de' popoli. Per[ci]ò egli si dà nella presente Enciclica a combattere quella apostasia nella maniera più conveniente e più efficace ammaestrandoci che da essa non il ben essere ma la ruina della società naturalmente deriva.

Per certo nè deve nè può il Papa, nei limiti di una Enciclica, dimostrare ogni proposizione che è certa e che tale deve apparire a tutti i saggi; molto più se spetta all'ordine della religione e al campo di quelle dottrine nelle quali è egli infallibile maestro e supremo giudice in terra. Di qua la baldanza petulante degli increduli superbi trae occasione di alzar la cresta contro il medesimo, e di negargli spudoratamente ove principii ove illazioni. Tocca a noi adoperare la sferza contro costoro; e lo faremo tra i dovuti confini della carità e del dovere. È bene, a nostra consolazione e ad esaltazione del Beatissimo nostro Padre Leone XIII, rammemorare le innumerabili testimonianze del mondo cattolico ed anche di alcuni eterodossi, nelle quali altamente si encomia cotesta Enciclica, siccome parto di alta sapienza e di profonda politica; ma è altresì bene esaminare la rabbia, la malizia, la balordaggine onde viene essa impugnata dalla sètta massonica. Quando il nemico non sa combattere una fortezza che con armi che a nulla approdano, egli mostra la sua impotenza e si accatta dispregio. Al leggere le buffonate, degne di un giullare, del Fanfulla il quale, sotto il nome di Don Giusquiamo s'Accomodi parroco di San Sughero, indicando l'immortale Leone XIII, fa la parodia dell'Enciclica; e le melensaggini della Rassegna quotidiana di Roma, più che l'ira ci si desta nel petto un sentimento di altissima compassione verso que' miserabili che non sapendo discorrere da uomini, altro non fanno che sogghignare ed insultar da fanciulli. Ma a luoghi opportuni daremo cuique suum e di santa ragione. Per ora ci soffermiamo al proemio dell'Enciclica, verremo poscia a svolgerne la sublime dottrina e a confutare que' meschini che stoltamente la impugnano.

[CONTINUA]

COMMENTARIO DELL'ENCICLICA «IMMORTALE DEI»
INDICE GENERALE:

I parte:
Proemio.
II. parte:
§ I. Detrattori dell'Enciclica § II. L'autorità civile viene da Dio
III parte:
§ III. Dell'autorità sovrana e del suo vario soggetto.
IV parte:
§ IV. Come nell'autorità sovrana debba essere Iddio specchiato.
V parte:
§ V. La Società Civile e la Religione
VI parte:
§ VI. Roma e la Chiesa di Gesù Cristo
VII parte:
§ VII. La Chiesa è alla società civile come l'anima razionale è al corpo.
VIII parte:
§ VIII. Libertà moderne - idee ed azione cattolica
IX parte:
§ IX. Conclusione.
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