Matth. XIX, 4-9.: «Non legistis, quia, (Genes. 1. 27.) qui fecit hominem ab initio, masculum et foeminam fecit eo? et dixit: Propter (Genes. 2. 24. - 1. Cor. 6. 16. - Ephes. 5. 31.) hoc dimittet homo patrem et matrem, (Genes. 2. 24. - 1. Cor. 6. 16. - Ephes. 5. 31) et adhaerebit uxori suae, et erunt duo in carne una. Itaque iam non sunt duo, sed una caro. Quod ergo Deus coniunxit, homo non separet. Dicunt illi: (Deut. 24. 1.) Quid ergo Moyses mandavit dare libellum repudii, et dimittere? Ait illis: Quoniam Moyses ad duritiam cordis vestri permisit vobis dimittere uxores vestras: ab initio autem non fuit sic. Dico (Sap. 5. 32. - Marc. 10. 11. - Luc. 16. 18. - 1. Cor. 7. 10.) autem vobis, quia, quicumque dimiserit uxorem suam, nisi ob fornicationem, et aliam duxerit, moechatur; et qui dimissam duxerit, moechatur. — Egli rispose, e disse loro: Non avete voi letto, come colui, che da principio creò l'uomo, li creò maschio e femmina? e disse: Per questo lascerà l'uomo il padre e la madre, e starà unito colla sua moglie, e i due saranno una sola carne. Non sono adunque più due, ma una sola carne. Non divida pertanto l'uomo quel, che Dio ha congiunto. Ma perchè dunque, dissero essi: Mosè ordinò di dare il libello del ripudio, e separarsi? Disse loro: A motivo della durezza del vostro cuore permise a voi Mosè di ripudiare le vostre mogli: per altro da principio non fu così Io però vi dico, che, chiunque rimanderà la propria moglie, fuori che per causa d'adulterio, e ne piglierà un'altra, commette adulterio: e chiunque sposerà la ripudiata commette adulterio.» Vecchio e Nuovo Testamento secondo la Volgata tradotto ed annotato da Mons. Antonio Martini, tomo XXI, Prato 1830 pag. 192-193.
Marc. X, 11-12. «Et ait illis: Quicumque dimiserit uxorem suam, et aliam duxerit, adulterium committit super eam. Et si uxor dimiserit virum suum, et alii nupserit, moechatur. — Ed egli disse loro: Chiunque rimanderà la sua moglie, e ne prenderà un'altra, commette adulterio contro di essa. E se la moglie ripudia il marito, e ne sposa un altro, commette adulterio.» Vecchio e Nuovo Testamento secondo la Volgata tradotto ed annotato da Mons. Antonio Martini, tomo XXI, Prato 1830 pag. 373.
Luc. XVI, 18.: «Omnis, qui dimittit uxorem suam, et alteram ducit, moechatur: et qui dimissam a viro ducit, moechatur. (Matth. 5. 32. - Marc. 10. 11. - 1. Cor. 7. 10.) — Chiunque ripudia la propria moglie, e ne prende un'altra, commette adulterio: e chiunque sposa quella, che è stata ripudiata dal marito, commette adulterio.» Vecchio e Nuovo Testamento secondo la Volgata tradotto ed annotato da Mons. Antonio Martini, tomo XXII, Prato 1830 pag. 195.
Matth. V, 32. «Ego autem dico vobis: Quia omnis, qui dimiserit uxorem suam, excepta fornicationis caussa, facit eam moechari: et qui dimissam duxerit, adulterat. — Ma lo vi dico, che chiunque rimanda la sua moglie eccetto per ragion di adulterio, la fa divenire adultera: e chi sposa la donna ripudiata, commette adulterio.» Vecchio e Nuovo Testamento secondo la Volgata tradotto ed annotato da Mons. Antonio Martini, tomo XXI, Prato 1830 pag. 65.






La Civiltà Cattolica anno XXVII, serie IX, vol. X (fasc. 624, 7 giugno 1876), Firenze 1876 pag. 668-689.

R.P. Giovanni Cornoldi d.C.d.G.

DEL DIVORZIO

§ 1.

Il divorzio è da Dio vietato: la Chiesa è promulgatrice del divieto divino.

Il signor Domenico di Bernardo raccolse in un grosso volume le appendici del Precursore di Palermo, che egli avea scritte in favore del divorzio; e il Ricciardi, battendo la stessa solfa, pubblicò in Napoli un librettino, cui volle dedicare al dilettissimo Mauro Macchi, acciocchè, pel bene delle famiglie, e però dell'umano consorzio, movesse nel parlamento italiano la questione del divorzio e ne facesse una proposta di legge. Sarebbe opera sconsigliata imprendere una seria confutazione del libro del di Bernardo e dell'opuscoletto del Ricciardi; poichè sono così privi di logica, che non possono ingannare veruno, salvo chi voglia liberamente esser tratto in inganno. Dell'opera del di Bernardo basterà riferire quel che ne dice il Ricciardi, che pure in sostanza ne abbraccia la tesi. Egli afferma che «se va lodata per l'erudizione ed il nobile fine (in realtà ignobile e riprovevolissimo) che si propone l'autore, è non poco da biasimare e per la forma più che negletta e più ancora per la sterminata lunghezza, trattandosi d'un volume di pagine ottocentosette, cui certo pochissimi avranno, al pari di me, l'eroica pazienza di leggere. Non tacerò poi che l'autore mi sembra in contradizione con se medesimo ecc.» A confutare poi lo scritterello del Ricciardi basta dire che i matrimonii infelici da lui ricordati sarebbono stati felici, se lo sposo o la sposa od entrambi non fossero stati tristi suggetti, od avessero avuta la pratica delle cristiane virtù; e che la felicità ricordata di coloro che scambiaronsi i mariti o le mogli coi frequenti divorzii, trova una simiglianza nella felicità, che tal fiata possono avere quelli che cangiano concubine, o in quella che nei luoghi di perdizione si può ritrovare. In quanto poi il Ricciardi vuol decidere la questione del matrimonio e del divorzio ex tripode, [= dal tripode, cioè dal sedile di bronzo a tre piedi sul quale sedeva la Pizia delfica mentre dava i suoi responsi. N.d.R.] senza darsi punto pensiero di Dio e dei suoi voleri, quasi che Dio non più si curi del mondo da sè creato e redento, e abbialo tutto abbandonato alla cura dei filosofi della sua taglia, perchè lo governino a lor talento, sarà opera facile mostrarne l'assurdità, non con vane cicalate, che è vezzo liberalesco, ma con sode ragioni. E deve senza fallo tornare in altrui bene il toccare a' giorni nostri questo punto del divorzio, purchè si faccia in maniera proporzionata al bisogno, che ve n'è, e soprattutto con brevità e chiarezza.

Primamente dimandiamo: Iddio ha nulla ordinato e prescritto intorno al divorzio? Per determinar questo punto ci conviene risalire alla prima origine del matrimonio. Iddio sapientissimo ed onnipotente volle che nel creato universo fosservi delle sostanze intellettuali capaci di conoscere le fatture del suo valore, e di rendere a sè gloria ed amore. Perciò creò gli angeli, puri spiriti, incorruttibili ed immortali. Nella creazione degli angeli non ebbe nè potè avere il creatore verun concorso della creatura, appunto perchè puri spiriti, la cui essenza non istà in un qualche soggetto. Appresso fece l'uomo, ossia un essere composto di materia e di un'anima immateriale, incorruttibile ed immortale vivificatrice della materia da sè stessa informata. Se non che la specie umana era da principio ristretta in una sola persona, e Dio la volea diffusa in individui innumerabili, i quali successivamente abitassero, a guisa di viatori, la terra, ordinati ad una felicità soprannaturale e perpetua. Alla produzione di tutti questi individui volle il concorso dell'uomo stesso, cotalchè mentre l'uomo mediante la virtù, che pur da lui avea ricevuta, avrebbe preparata la materia, egli con la sua sola potenza creerebbe di ciascuno individuo l'anima immateriale ed unirebbela alla materia stessa. Per questa ragione egli fabbricò il corpo dell'uomo e quel della donna in guisa, che fossero acconci al grande scopo dell'umana riproduzione e di entrambi costituì un principio compiuto e perfetto per generare la prole.

Nel qual fatto più cose voglionsi osservare al nostro proposito. In primo luogo è da notare che Dio stesso mostrò direttamente di volere la maritale unione formando, nella maniera che fece, il corpo dell'uomo e quel della donna. E perchè di questa unione fosse primo movente e conservatore efficace l'amore, volle adoperare per la formazione del corpo della donna una parte stessa del corpo dell'uomo, e fecela, vuoi per fattezze dell'esterno sembiante, vuoi per la qualità delle morali sue inclinazioni, in maniera tutta cara all'uomo, di cui dovea essere compagna indivisibile. Perciò dopo che l'opera fu compiuta presentolla ad Adamo, come offrendogliela in compagna e in isposa, e questi tutto se ne compiacque ed accettolla sclamando: «Ecco questo è osso delle mie ossa e carne della mia carne: questa sarà detta viragine, perchè da viro è tolta.[1] Perciò l'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà alla moglie sua, ed essi saranno due in una carne medesima [2][«Dixitque Adam: (1. Cor., 11 , 9.) hoc nunc os ex ossibus meis, et caro de carne mea: haec vocabitur virago (אשה = ishà), quoniam de viro (איש = ish) sumpta est. (Matth. 19. 5. - Marc. 10. 7. - Ephes. 5. 31.) Quamobrem relinquet homo patrem suum, et matrem, et adhaerebit uxori suae: (1. Cor. 6. 16.) et erunt duo in carne una.» N.d.R.] Belle parole, le quali compendiarono il fatto che avvenne per quasi sessanta secoli e che avverrà fino all'ultimo giorno delle umane generazioni. E Dio benedisse questa unione di un uomo solo con una sola donna, e intimò loro: crescete e moltiplicatevi: infondendo nel cuor dell'uomo la tendenza alla donna e nel cuor della donna la tendenza all'uomo, quale efficace sprone a far eseguire il suo divino precetto. Un uomo solo con una sola donna, ecco il tipo primitivo della società maritale: una donna che è osso delle ossa dell'uomo, che è fatta con esso una sola carne, cotalchè lo scindersi è morte, ecco il carattere della indissolubilità del nodo coniugale. Non v'è ombra nè di poliandria, nè di poligamia, nè di diritto al divorzio: ma invece tra due soli coniugi eguaglianza nei maritali diritti, eguaglianza nei maritali doveri. Che se l'uomo, perchè uomo, è capo; la sua superiorità è quella del capo verso le altre membra, la quale dall'eguaglianza e dalla unione strettissima non è punto disgiunta.

Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, perch'è il Verbo Dio congiunto all'umana natura, richiamò il matrimonio, alla primitiva perfezione, e a chi interrogavalo se fosse lecito il divorzio, rispose così: «Non avete voi letto, che quegli che da principio fece gli uomini, gli fece maschio e femmina? E disse: perciò l'uomo lascerà il padre e la madre, e si congiungerà con la sua moglie, e saranno due in una carne sola. Talchè non sono già due, ma una stessa carne: ciò dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non separi.» E perchè vi fu chi obbiettogli essere stato loro permesso di dare alla donna il libello del ripudio: «Egli disse loro; ben vi permise Mosè, per la durezza dei cuori vostri, di mandare via le vostre mogli: ma da principio non fu così [3]

Ed egli il Salvatore del mondo espressamente in più occasioni ritornò allo stesso precetto, vietando assolutamente il divorzio.

«Chiunque manda via la sua moglie, diceva egli, e ne sposa un'altra, commette con questa adulterio. Parimente se la moglie manda via il suo marito e si marita ad un altro, commette adulterio [4].» Questo abbiamo da san Marco al capo X: e in san Luca al decimosesto: «Chiunque manda via la sua moglie e ne sposa un'altra, commette adulterio: e chiunque sposa la donna mandata via dal marito commette adulterio.» E poichè gli ebrei agevolmente, cioè per cause di poco momento, liberavansi dalla moglie, licenziandola; egli intimò loro di non separarsi dalla moglie, altrimenti che per adulterio da essa commesso; e se per altre cause rimandar la volevano, si tenessero risponsabili degli adulterii che avrebbe la rimandata potuti commettere. Ma nel medesimo tempo gli ammonì dicendo, che la separazione per adulterio non era rottura del vincolo maritale, e perciò chi si fosse unito alla moglie separata avrebbe commesso adulterio: «Io vi dico, che chiunque avrà mandata via la sua moglie, salvo che per cagione di fornicazione, la fa essere adultera, e chiunque avrà sposata colei, ch'è mandata via, commette adulterio [5].» Perchè poi nulla si abbia a dire contro la versione di queste bibliche allegazioni, rechiamo quella che è ben accetta a' protestanti, voglio dire la versione del Diodati.

Che Gesù Cristo abbia interdetto il divorzio e solo permessa la separazione del talamo, fermamente lo credettero gli apostoli e i discepoli del medesimo, e i padri e i dottori di tutti i secoli dopo di Gesù Cristo. Dei tempi apostolici e pel primo secolo della Chiesa non possiamo desiderare più autorevole testimonianza di quella di Paolo. L'Apostolo delle genti esorta l'uomo e la donna a conservare intatto il giglio della verginità, o a rimanere nella vedovanza: ma insieme approva le nozze, ne stabilisce le regole, e dichiara indissolubile il loro nodo. «Sarebbe bene, egli scrive ai Corintii [6], per l'uomo di non toccar donna. Ma per (evitare) la fornicazione, ogni uomo abbia sua moglie, ed ogni donna suo proprio marito. Il marito renda alla moglie il debito, e parimente la moglie al marito. La moglie non ha podestà sopra il suo proprio corpo, ma il marito: parimente ancora il marito non ha podestà sopra il suo proprio corpo, ma la moglie. Non frodate l'un l'altro, se pur non è di consentimento, per un tempo, per vacare ad orazione: poi di nuovo tornate ad essere insieme, acciocchè Satana non vi tenti per la vostra incontinenza. Ora io dico questo per concessione e non per comandamento. Perciocchè io vorrei che tutti gli uomini fossero come sono io: ma ciascuno ha il suo proprio dono da Dio: l'uno in una maniera, l'altro in un'altra. Or io dico a quelli, che non sono maritati ed alle vedove, ch'è bene per loro che se ne stieno come me ne sto io ancora. Ma se non si contengono, maritinsi: perciocchè meglio è maritarsi, che ardere. Ma ai maritati ordino, non io ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito. E se pure ella si separa, rimanga senza maritarsi o si riconcilii col marito. Il marito altresì non lasci la moglie... La moglie è legata per la legge tutto il tempo che il suo marito vive: ma se il marito muore, ella è libera di maritarsi a cui vuole, purchè nel Signore. Nondimeno ell'è più felice, secondo il mio avviso, se rimane così: or penso di aver anch'io lo spirito di Dio.» Nel primo secolo della Chiesa abbiamo ancora la testimonianza di Erma [7], il quale inculca la dottrina di Cristo contro il divorzio. Nel secondo secolo abbiamo quelle di san Giustino [8] e di Atanagora [9]. Nel terzo quelle di san Clemente Alessandrino [10], di Origene [11] e di Tertulliano [12]. Nel quarto quelle di san Basilio [13], di san Gregorio di Nazianzo [14]. Nel quinto di san Girolamo [15], e per lasciare citazioni, che fin dal principio di questo quinto secolo in giù si moltiplicherebbono all'infinito, recherò quello che sant'Agostino dice sopra la prefata testimonianza dell'apostolo Paolo. «Queste parole dell'Apostolo, dice il grande Agostino, tante volte ripetute, tante volte inculcate, sono vere, sono vive, sono sane, sono chiare. La donna non può diventar moglie di nessun altro uomo prima di cessare di esser moglie. E può cessare di essere moglie del primo marito soltanto per la costui morte e non mai per l'adulterio. Adunque lecitamente viene licenziata la moglie per causa dell'adulterio; ma resta il vincolo col primo marito, per la qual cosa si fa reo di adulterio chiunque voglia sposare una moglie, comechè sia stata licenziata perchè adultera. Laonde, avvegnachè la moglie adultera sia cacciata, riman fermo il vincolo del contratto matrimoniale; e questo vincolo non sarà sciolto, sebbene non si riconcilii col marito [16].» Il precetto divino, chiaramente spiegato e in maniera più manifesta inculcato da Gesù Cristo, riconosciuto dagli Apostoli, tramandato di secolo in secolo nella cattolica tradizione, fu in questi termini espressamente riconosciuto dal Concilio ecumenico di Firenze sotto Eugenio IV. «Avvegnachè per motivo di adulterio sia lecita la separazione del talamo, tuttavia non è lecito contrarre un altro matrimonio, essendo perpetuo il vincolo del matrimonio legittimamente contratto [17][«Quamvis autem ex causa fornicationis liceat tori separationem facere, non tamen aliud matrimonium contrahere fas est, cum matrimonii vinculum legitime contracti perpetuum sit.» DB 702 N.d.R.]

Poste le quali cose non può veruno fare le maraviglie nè perchè il Concilio ecumenico di Trento abbia scagliato l'anatema contro i dissidenti in tale proposito, nè perchè la santa Sede Apostolica abbia imposto a' Greci, i quali volevansi riconciliare colla Chiesa cattolica, la sottomissione al comandamento di Gesù Cristo. Ecco quello che dice il Tridentino. «Se vi ha chi dica che la Chiesa erra perchè insegnò ed insegna, seguendo la dottrina evangelica ed apostolica, non potersi sciogliere il vincolo del matrimonio a cagione dell'adulterio d'uno de' coniugi, nè potere entrambi, od anche l'innocente che non diede motivo all'adulterio, mentre l'altro è ancora vivente, contrarre un nuovo matrimonio, ed adulterare colui che licenziata l'adultera, un'altra ne sposa, o colei che licenziato l'adultero, prende nuovo marito, sia anatema [18][«Si quis dixerit, Ecclesiam errare, cum docuit et docet, iuxta evangelicam et apostolicam doctrinam, propter adulterium alterius coniugum matrimonii vinculum non posse dissolvi, et utrumque, vel etiam innocentem, qui causam adulterio non dedit, non posse, altero coniuge vivente, aliud matrimonium contrahere, moecharique eum, qui, dimissa adultera, aliam duxerit, et eam, quae, dimisso adultero, alii nupserit: anathema sit.» DB 977. Cfr. Papa Pio XI, Enc. Casti connubii, 31 dicembre 1930. N.d.R.] Rispetto poi a quello che dicevamo in secondo luogo, ecco la formula di fede cui, secondo la prescrizione di Urbano VIII, dovevano i Greci sottoscrivere allorchè voleano riconciliarsi colla Chiesa Romana. «Parimente credo che il vincolo del sacramento del matrimonio è indissolubile; e sebbene a cagione di adulterio o di eresia o per altri motivi si possa fare tra coniugi la separazione del talamo o della società domestica, nondimeno ai medesimi non è punto lecito contrarre un nuovo matrimonio.» [«Item, Sacramenti Matrimonij vinculum indissolubile esse: et quamvis propter adulterium, haeresim, aut alias causas possit inter coniuges thori, et cohabitationis separatio fieri; non tamen illis aliud Matrimonium contrahere fas esse. (<Conc. Trid.> Sess. 23. de Matr. can. 5. 7. et 8. et Concil. Flor. in decr. pro Armenis.)» Professio orthodoxae Fidei ab orientalibus facienda, iussu SS. D. N. Urbani PP. VIII edita. Romae (Typis Sac. Congreg. de Propaganda Fide) 1648, n.° 22 pag. 35. N.d.R.] Dalle recate testimonianze voglionsi ora dedurre alcune conseguenze.

La prima è, che egli è certo essere stato ed essere nella Chiesa interdetto il divorzio, ossia la separazione de' coniugi con la rottura del vincolo matrimoniale. E qui giova avvertire che la Chiesa ripete questa assoluta indissolubilità del vincolo dall'essere il matrimonio cristiano vero sacramento, nè l'attribuisce che al matrimonio consumato. Laonde il divorzio può avere tal fiata luogo, allorchè il matrimonio non è sacramento, od allorchè i coniugi non per anco usarono dei maritali loro diritti. Non fa il caso che di queste cose ora ricerchiamo la ragione teologica, perchè il ricercarla è fuora del nostro scopo.

La seconda conseguenza è, che in tanto la Chiesa si attenne a questa dottrina, in quanto essa l'ebbe da Gesù Cristo; il quale diè al matrimonio la dignità di sacramento operatore di vera grazia e simbolo della unione ch'egli aveva colla Chiesa sua sposa.

La terza è, che Gesù Cristo elevando il matrimonio al carattere di sacramento, non tolse al contratto matrimoniale quella natura ch'esso aveva per la primiera istituzione, ma la ravvalorò, la raffermò, e la recò a divina dignità.

Per la qual cosa la Chiesa, divietando il divorzio, altro non è che la banditrice di un precetto positivo insieme e naturale: positivo perchè voluto da Gesù Cristo, naturale perchè fin dal principio del genere umano lo fece Iddio come perfetta espressione della legge della natura. Donde anche si deduce, che la interdizione del divorzio non è di diritto ecclesiastico, ma sì di diritto divino.

§ 2.

Ha Dio il diritto di vietare il divorzio? e la Chiesa ha il diritto di promulgare il divieto divino?

Le quali cose essendo così, chiediamo: la Chiesa ha il diritto d'imporre il [divieto del] divorzio? ha questo diritto Gesù Cristo? hallo Iddio? In ciò che si attiene alla Chiesa, egli è manifestissimo ch'ella non solo ha il diritto d'imporre a' fedeli il [divieto del] divorzio, ma ne ha il dovere; o meglio ella ne ha il diritto, perchè ne ha il dovere. Infatti la missione della Chiesa altra non è che la continuazione della divina missione di Gesù Cristo, e però il Papa è Vicario di Gesù Cristo. Deve pertanto ella essere perpetua e fedelissima banditrice di tutto ciò che spetta alla dottrina speculativa e pratica lasciatale da Gesù Cristo, nè può contradirvi. E poichè Gesù Cristo promisele d'esser seco fino alla fine dei secoli [19], e la costituì colonna immobile di verità [20], e dichiarò che tutto quello ch'ella deciderebbe l'avrebbe per deciso egli stesso [21], dobbiam dire che la Chiesa è bocca [22] di Gesù Cristo, che l'insegnamento della Chiesa è lo insegnamento di Gesù Cristo [23]. Inoltre, poichè il supremo oracolo della Chiesa è il Concilio ecumenico con a capo il Romano Pontefice, ovvero il Romano Pontefice allorchè quale maestro di tutti i fedeli insegna domma e morale, ossia verità speculative e verità pratiche; egli è manifesto che l'autorità del Concilio e quella del Romano Pontefice gode di vera infallibilità, in quanto che Gesù Cristo con la sua provvidenza gli regge in guisa, che sebbene, attesa la umana condizione, possano errare, tuttavia di fatto non errino, allorchè entro que' limiti decidono le dogmatiche e morali dottrine. Adunque la Chiesa ha il diritto d'intimare ai fedeli la proibizione del divorzio perchè ha il dovere di farlo, ed è immutabile nel compimento di questo dovere e nell'uso di quel diritto, perchè infallibile.

Gesù Cristo ha egli il diritto di elevare alla dignità di sacramento il contratto matrimoniale e renderne indissolubile il vincolo? Egli dicea di sè stesso: Data est mihi omnis potestas in coelo et in terra; [24] [Matth. cap. XXVIII, 18.: «È stata data a me tutta la potestà in cielo e in terra.» N.d.R.] ed eziandio: Non potest Filius a se facere quidquam, nisi quod viderit Patrem facientem [25]; [Joan. V, 19.:« Non può il Figliuolo far da sè cosa alcuna, se non l'ha veduta fare dal Padre»N.d.R.] e la ragione dell'uno e dell'altro era racchiusa in quelle parole: Ego et pater unum sumus [26]. [Joan. X, 30.: «Io e il Padre siamo una cosa sola.» N.d.R.] Gesù Cristo è il Verbo di Dio unito alla umana natura in unità di persona: quindi egli è veracemente l'uomo-Dio; non solo uomo, non solo Dio, perchè nell'unica persona vi è la natura divina con tutti i suoi attributi e la natura umana con tutte le sue proprietà. Però potè Gesù Cristo dire di sè con verità: Antequam Abraham fieret, ego sum [27]: [Joan. VIII, 58. «Prima che fosse fatto Abramo, io sono.» N.d.R.] perchè egli, inquanto Dio, creò il mondo e del limo terrestre formò l'uomo e poscia formata la donna ordinò il modo della umana generazione, della moltiplicazione degli uomini e stabilì la matrimoniale società.

Iddio è il creatore che trasse tutte le cose dal nulla e perciò il diritto di Dio è sommo, nonchè supremo, poichè si estende non solo a tutte le operazioni delle creature, ma persino alle facoltà d'onde derivano le operazioni, persino alle nature ed alle essenze, dalle quali fontalmente derivano le facoltà. E come Dio ebbe diritto di creare l'uomo e la donna nella maniera che gli ha creati, così ebbe il diritto di determinare il modo, onde dovevano eglino operare e tendere a quei fini che loro ebbe prefissi. Caduto da quell'altezza, cui era graziosamente sollevato, il genere umano, per colpa del primo uomo; non avea Iddio il diritto di rialzarlo, anzi di sollevarlo a dignità più eccelsa? Non avea egli il diritto di assumere un corpo ed un'anima umana e di entrare così in intima parentela colla misera prole del peccatore? Non avea diritto di riordinarlo al suo fine? non avea egli, prima verità, il diritto di farsi regola della sua mente? non avea diritto egli, prima e somma bontà, di dar legge alla sua volontà? Non avea egli autore della legge naturale diritto di richiamarla in pieno vigore e di confortarla con leggi positive? Egli che con mano onnipotente traeva dall'abisso, in cui era caduto, l'uomo, non avea diritto di richiederlo, di mortificare le sue passioni in penitenza della sua colpa, e di prescrivere il limite e il modo onde propagando sè stesso soddisfaceva alle sue tendenze carnali? Negare a Gesù Cristo siffatti diritti è negarli a Dio; e negandoli a Dio è disconoscerne la sua onnipotenza, la sua sapienza, la sua santità, cioè è un dargli il nome di Dio e torgli affatto di questo nome la realtà. Adunque come la Chiesa ebbe il dovere e quindi il diritto di promulgare l'indissolubilità del matrimonio e d'interdire il divorzio, così ebbe Dio, e prima d'incarnarsi e dopo la incarnazione, il diritto di stabilire per legge la medesima indissolubilità e la proibizione del divorzio.

§ 3.

Ha l'uomo diritto superiore al diritto di Dio ed al diritto della Chiesa intorno al divorzio?

Può l'uomo fare una legge che cassi la legge di Dio; ossia il diritto dell'uomo può annientare il diritto di Dio? Questo chiediamo, allorchè si dimanda se l'autorità sovrana tra gli uomini possa stabilire che tra i seguaci di Gesù Cristo sia lecito il divorzio. Ma per discorrere con maggiore chiarezza e distinzione, possiamo proporre una doppia questione. La prima è: può la sovrana autorità stabilire che il matrimonio contratto in quelle condizioni, nelle quali Dio vuole che sia sacramento e perciò indissolubile, non sia sacramento e quindi che sia capace di scioglimento? La seconda è: può la sovrana autorità avere il diritto di escludere dal matrimonio le condizioni da Dio volute, e prescriverne delle contrarie (incompatibili con le prime), dalle quali provenga la dissolubilità del vincolo matrimoniale? Un imberbe discepolo nelle scienze saprebbe darci evidentissima soluzione della prima questione. Infatti è chiaro che come un numero maggiore vince un minore, così una forza maggiore vince una forza minore: e se un fanciullo da un lato e un uomo robusto dall'altro vogliono trarre a sè una pietra, non è dubbia la vittoria di questo sopra di quello. Questo principio della prevalenza della forza maggiore è il regolatore dell'umana provvidenza; per lo che gli uomini studiansi di adoperare, quando vogliono efficacemente ottenere i fini loro, de' mezzi che abbiano maggior possanza degli ostacoli che possono contrapporsi. Ma e in qual cervello potrà giammai cader tanta follia da ragguagliare la potenza dell'uomo alla potenza di Dio? Adunque se Dio vuole che avvenga un fatto e la sua volontà non è condizionata, ossia dipendente dalla libera volontà degli uomini, il fatto sicuramente avverrà: e la potenza di tutti gli uomini raccolta assieme non avrà più forza per rendere inefficace il volere divino, che non abbia forza un moscino, [= moscerino N.d.R.] distendendo le sue piccolissime ale, per abbonacciare la superficie dell'oceano, tutta con gran furore agitata dalla tempesta. Dunque per gridare che facciano gli uomini nei parlamenti, che il matrimonio dei fedeli, sebbene fornito delle debite condizioni, non è sacramento e però non è indissolubile; per lo scribacchiare che facciano ne' libri questa sentenza; per sancirla che facciano le umane leggi, ed averla in conto di fatto compiuto, nulla otterranno e prevarrà sempre il volere di Dio: cotalchè il matrimonio dei fedeli, fornito di quelle condizioni, sarà sacramento e sarà indissolubile nel suo vincolo.

Che se entriamo nella seconda questione sarà agevolissimo l'intenderci, purchè altri ancora conservi un micolin di cervello. Primamente possiamo discorrere nella vera e filosofica supposizione dell'origine del potere: secondamente facendo astrazione da questa stessa vera supposizione. Ella è infatti verissima supposizione, e conta a' filosofi, che tutto l'essere e la perfezione dell'essere da Dio procedono. Però non solo da Dio deriva l'uomo, ma ne deriva ancora quell'autorità che l'uomo ha sopra un altro uomo eguale a sè nella natura. L'autorità sovrana sia in un governo assoluto, sia in un governo temperato, sia nel reggimento costituzionale, sia nel repubblicano, discende fontalmente da Dio, e perciò è legislativa ed obbliga la coscienza de' sudditi; i quali debbonle obbedire per dovere e non per solo timore (a guisa de' bruti); cotalchè il resistere alla sovrana autorità non sia solo imprudenza ma colpa. Laonde è chiarito che il sovrano (sia uomo individuo, sia un corpo morale formato dal parlamento e dal Re) è alla maniera di un canale, in cui viene e per cui passa una particella dell'autorità di Dio; e come non passa per le sponde di un ruscello l'acqua, se dalla fonte non discende, e come non esce da una tromba il suono se in essa non viene il fiato dalla bocca; così dal sovrano non esce un'autorevole legge se in lui non discende il potere da Dio. Non est enim potestas nisi a Deo: Disse l'apostolo Paolo [28]. [Rom. XIII, 1. «Imperocchè non è podestà, se non da Dio.» N.d.R.] Or bene: facciamo ragione che l'uomo imperi ciò che Dio divieta; o che divieti ciò che Dio impera: in tal caso potrà l'imperio o il divieto dell'uomo muovere dalla divina autorità che passa per l'uomo? È impossibile: poichè se così fosse si dovrebbe dire che Dio vuole e non vuole una cosa nel medesimo tempo; il che è assurdo. Dunque ogni qual volta il comando sovrano è in collisione col comando di Dio, quello non può essere rivestito dell'autorità di questo, e però non avrà valore di legge capace di obbligare 1a coscienza dei sudditi. Perciò stesso, poichè Dio vuole che il matrimonio dei fedeli sia fatto in quelle condizioni, onde viene ad essere sacramento e vuole che sia indissolubile, non vi potrà essere umana autorità che con efficacia vi si opponga, ed ogni legge umana a quel divino volere contraria sarà per ciò legge priva di autorità, ossia nulla. Nè altri si dia a credere che noi per questo vogliamo combattere la legge che risguarda ciò che dicesi matrimonio civile; poichè l'atto civile da essa legge richiesto non è punto incompossibile col contratto matrimoniale fatto in quelle condizioni in cui Gesù Cristo volle che si facesse; e perciò il far quell'atto civile non è cosa illecita, anzi la è (consideratine gli effetti) prudente, la è doverosa; purchè per esso non credasi celebrato il matrimonio tra cristiani, nè vi s'involgano condizioni contrastanti al matrimonio cristiano.

Che se noi facciamo astrazione da questa verissima supposizione del derivare che fa all'uomo da Dio la sovrana autorità, pur nondimeno rimane per cosa indubitata che nessun Governo ha punto di autorità per cozzare contro il diritto di Dio. E vaglia il vero, non è egli fermo che nella collisione dei diritti il minore cessa di esistere innanzi a un maggiore contrario? Adunque messosi in lotta e in collisione il diritto dell'uomo col diritto di Dio, è da mentecatti il dire che quello regge e vince, e questo cede e si annienta. Però disputandosi il possedimento dello stesso oggetto, voglio dire del contratto matrimoniale, la divina e la umana autorità, quella non può non essere vincitrice e questa perdente: cotalchè il matrimonio dev'essere come Dio lo vuole, avvegnachè le autorità di tutta quanta la terra ne abbiano dispetto e vi contrastino.

Che se l'uomo non può cozzare contro Dio e deve accettare la sua ordinazione, per certo non potrà con diritto cozzare contro la Chiesa, perchè questa è la banditrice del volere divino: anzi è cosa stolta prendersela contra la medesima, perchè vuole che il matrimonio facciasi in determinate condizioni ed interdice il divorzio: come è dà insano adirarsi contro il nuncio di un sovrano, quand'è messaggero della costui volontà.

§ 4.

Insania di coloro che, non potendo soperchiare il diritto di Dio, ne negano l'esistenza; e per francarsi dal diritto della Chiesa ne disconoscono l'autorità.

A qual partito dunque si appigliano i tristi per francare il matrimonio dalla divina autorità, cui non possono con la propria superare? A quello, che ora si suole dire partito estremo, il quale ove non riesca suol sempre essere il più dannoso fra tutti. Gli uni si credono di sciogliere la difficoltà tagliando il nodo di un colpo di spada, poichè mal comportando la legge di Dio, negano l'esistenza di Dio medesimo e buttansi all'ateismo: gli altri, pur ammessa l'esistenza di Dio, non riconoscono la divina autorità di Gesù Cristo, che innalzò il contratto matrimoniale dei fedeli alla dignità di sacramento e dichiarollo indissolubile. Molti, concessa l'esistenza di Dio e chinata la fronte alla divinità di Gesù Cristo, negano che la Chiesa Romana sia la sua chiesa; disposti a darsi in braccio a qualunque setta, pur che nella interpretazione della parola di Gesù Cristo, quando si tocca la causa delle passioni e specialmente di quella del senso, sia più benevola e più indulgente della romana, e secondi l'uomo nelle sue tendenze brutali o almeno non lo contrasti. Finalmente v'è la fazione di quelli che prescindono da Dio, da Gesù Cristo e dalla Chiesa e vogliono, senz'altro, considerare il matrimonio come materia che esclusivamente appartenga alla civile autorità; e considerando il pro e il contro, credono che sianvi più forti ragioni perchè la legge ammetta il divorzio, di quelle che possano addursi in contrario. I parlamenti di quasi tutti i Governi di Europa sono a' nostri tempi formati, pressochè interamente, di coteste quattro classi di uomini, e come parlano costoro, così scrivono e stampano. Ma tutti parlano e scrivono in maniera men che ragionevole e perciò men che da uomini.

Imperocchè non credo trovarsi agevolmente su questa terra un pazzo tale, che per togliersi di dosso la molestia di un calore insopportabile che gli viene dai raggi solari, s'impunti a negare la esistenza dello stesso sole. Eppure que' primi, fastidiosi de' vincoli onde la divina autorità gli costringe, nè credendosi capaci di superarla combattendo, si danno a negare l'esistenza di Dio. E se in forza della negazione dell'ateo, Dio non esistesse e perciò non infrenasselo colle sue leggi, la cosa potrebbe correre liscia: ma come, per negar che faccia taluno l'esistenza del sole che lo molesta, questo non cessa di esistere e di molestarlo, così accade nel fatto nostro. Ed anche perciò stoltamente adoperano gli atei, perchè sol possono a fior di labbro, o sospinti da rio talento del cuore insipiente, dire che Dio non v'è, nè valgono a congegnare verun sofisma che riesca a recarne loro un po' di persuasione, un po' di convincimento. E similmente dobbiam pur dire de' nemici di Gesù Cristo e della sua Chiesa, i quali possono bensì schiamazzare all'impazzata contro la divinità del primo e contro il ministerio autorevole della seconda; ma non sanno dimostrare nemmeno a sè medesimi che l'errore cui sostengono sia verità. Laonde a non rimanere sopraffatti dalla luce della verità che risplende innanzi agli occhi loro, gli chiudono, a simiglianza dei fanciulli poveri di consiglio, che per francar l'animo sbigottito all'aspetto di un qualche truce uomo minaccioso, copronsi con le mani il volto, dandosi a credere che non sia loro presente colui che non vogliono pur vedere. Checchè dicano o scribacchino cotestoro, Dio v'è, v'è Gesù Cristo vero uomo e vero Dio; e come rimangono ferme tutte le leggi naturali e positive, così pure indipendentemente dal folleggiar dei tristi rimane ferma quella legge che ordinò il matrimonio de' fedeli ad essere sacramento e divietò il divorzio. Per eguale maniera debbesi dire che quanto è agevole negare la divina missione della Chiesa, tant'è difficile a dimostrare che siffatta negazione sia fondata nel vero; anzi il dimostrar questo è impresa del tutto impossibile, e perciò fu tentata da molti, da nessuno compiuta. Adunque s'è follia l'ammettere la esistenza di Dio, di Gesù Cristo vero Dio e vero uomo, e la divina missione della Chiesa, e insieme pretendere che i divini diritti siano collisi dai pretesi diritti proprii e la divina volontà soverchiata dall'umana; la è pur follia, anzi maggior della prima, il pretendere di francarsi dalla legge divina col solo negare la esistenza del legislatore Iddio o coll'impugnare l'autorità di chi a nome di Dio la bandisce ai mortali.

§ 5.

Ha un Governo il diritto di prescindere dalle leggi divine ed autenticare con propria legge il divorzio?

Ma vi ha una gran moltitudine di scrittori, di deputati e di senatori che voglionsi mostrar più assennati di coloro, che troncano ogni questione la quale ha un lato religioso, col dichiararsi atei, non cristiani od almen non cattolici. Essi affermano che in materia di leggi, che risguardano il matrimonio, gli è mestieri prescindere affatto da qualsisia religione e considerare la cosa in sè stessa; e poichè in favore del divorzio militano più ragioni (al creder loro) che contro il medesimo, la legge umana deve renderlo legittimo ed onorato e non combatterlo. Tutti poi, innanzi alla legge, debbono essere eguali, nè vuolsi avere in ciò più riguardo ai cattolici, che ai protestanti, o ad altri. Così si discorre volgarmente, e credesi sapientemente. Ma egli è un ragionare a vanvera cotesto, sia che si risguardi il potere legislativo, sia che vogliasi considerare il popolo suddito.

Ammesso una volta un qualche legislatore e concessogli il diritto di fare leggi, avranno i sudditi libertà di prescindere da quello e da queste e tirare innanzi, come se nulla fosse? Che si direbbe di un consiglio comunale se mettesse mano a stabilire ogni fatta ordinazioni, prescindendo dalle leggi create dal parlamento? E se il sindaco, rampognato dal Governo, dicesse ch'egli ne rispetta l'autorità, ne riconosce tutti i diritti legislativi, ma che entro i limiti del Comune vuole aver mani libere e prescindere dallo stesso Governo: verrebbe passata per buona così fatta discolpa? Or bene, Dio ha fatta legge sopra il matrimonio, ne ha interdetto il divorzio, ha voluto espressamente che di cotesta legge sia interprete e banditrice la Chiesa, a questa legge ha voluti soggetti tutti gli uomini: e questi avranno il diritto di prescindere dalla medesima? Ma si tratta di Governo e non di persone singolari. E che? È forse lecito ad un Governo dare al falso il carattere di verità e alla colpa il carattere della virtù? Potrà il Governo comandare ciò che è vietato dalla legge naturale: per esempio, la menzogna, lo spergiuro, la fornicazione, la bestemmia? No, si risponde. E perchè? perchè queste sono cose intrinsecamente cattive: e come per legge non si può fare che due e due faccian sette, così per legge non si può fare che la fornicazione sia cosa buona. Egregiamente! rispondiamo alla nostra volta. Ma sebbene la legge positiva abbia spesso per materia ciò ch'è indifferente, e non sia, per ciò stesso, intrinsecamente o buono o cattivo; tuttavolta è intrinsecamente cattivo il fare atto di disobbedienza a Dio, qualunque sia il suo comando. Dunque posta la legge che risguarda il matrimonio, nessuna autorità umana ha il diritto di non considerarla, ma tutte debbono rispettarla ed acconciare le proprie leggi di guisa che ad essa non punto contrastino. Ci si dirà che i legislatori (e spesso avviene) ignorano l'esistenza di quella legge od almeno che non ne conoscono la portata. Che direbbesi se il consiglio comunale trascorresse le leggi dello Stato, affermando di non conoscerle? Si apprendano e si osservino; nè si faccia decreto a quelle contrario. Si opporrà che il Governo, ossia i membri ond'è costituito, non credono in Gesù Cristo e per ciò stesso non ne possono venerare le leggi? Che direbbesi se un sindaco non si curasse delle leggi dello Stato, perchè niega al Parlamento la suprema politica autorità? Nè fia che altri dica che il sindaco è soggetto, perchè le province e i comuni sono parti integranti di un regno; poichè basta dire a tutta risposta, che non v'è regno fuora del dominio di Dio, nè Dio ha lasciato verun Governo in libertà di seguire o di non seguire la propria legge. Se il Governo non vuol porre mente alle leggi di Cristo, perchè non è punto cristiano, egli è obbligato di farsi cristiano, di studiarle e di non mai contrariarle nei proprii decreti, altramenti saran questi illeciti e, come dimostrammo nel terzo paragrafo, saranno ancor nulli.

Se non che ci si obbietta la massima che la legge è eguale per tutti, e che per ciò stesso debbesi far legge, la quale così bene si adatti a' cristiani come a' non cristiani, e però che del tutto astragga da qualsivoglia religione e consideri il matrimonio in sè stesso. Quella massima è oggimai sulle bocche di tutti e sta scritta a caratteri cubitali nelle aule dei tribunali. Ma qualora si prende il coltello per la punta, anzichè pel manico, si corre risico d'insanguinarsi la mano; e così, se alla lettera si prendesse quella massima, la sarebbe del tutto tirannica, e ancor la diremmo pazza ed assurda. Infatti non vi sono delle leggi che risguardano gl'impuberi? di quelle che sono fatte per le vedove? e altre che spettano a' mariti, e altre che alle mogli? E senza intrattenerci di vantaggio in una inutile enumerazione, diremo che quasi tutte le leggi sono prive di eguaglianza e si riferiscono non a tutti i sudditi, ma le une a questi, le altre a quelli, secondo le varie età, stati, condizioni e va dicendo. Pur sono universali in questo senso, che ciascuna risguarda una determinata classe d'individui, ciascun de' quali è soggetto alla legge, come tutti, gli altri della stessa classe. Questo e non altro porta la massima tanto a' dì nostri decantata; poichè non meno ridevole sarebbe l'assoluta eguaglianza della legge, che l'eguaglianza assoluta delle vestimenta e degli stivali, cotalchè di quelle dovessersi tutti e nani e giganti vestire, e questi dovessero in pari maniera infilzare i diritti e gli zoppi, i fanciulli e gli adulti. Perciò a quella massima, interpretata a dovere, non ripugnerebbero eziandio leggi diverse per sudditi di diverse religioni, qualora vi fossero in essi diritti da riconoscere e da rispettare. Ma come la pluralità degli dèi è assurda, così è assurda la diversità delle vere religioni e tutte debbono essere false fuori di una. Però a quest'una debbe avere riguardo il Governo, comechè non abbia a violentare le altrui coscienze in materia di religione, ma debba alcune volte tollerarne benignamente gli errori.

Che se noi discendiamo dal potere legislativo al popolo suddito, egli è manifesto che quello deve rispettare la religione di un popolo cristiano, nè far leggi contrarie alle leggi di Cristo. Tuttavia si pretende che quel rispetto debba essere contemperato dal rispetto a que' sudditi, i quali discredono la religione cristiana e a' quali tornerebbe pur caro il divorzio. Che politica è mai cotesta? E non si avvede, chi parla in siffatta guisa, che in virtù dello stesso discorso dovrebbe essere autenticato per legge il concubinato, anzi la poligamia, anzi la poliandria, anzi ogni più nefanda bruttura? Infatti la poligamia è riconosciuta per legge da molti popoli, e la poligamia stessa e la poliandria, in quanto portano la pluralità delle donne o degli uomini rispetto al maritale commercio, e il concubinato sono pur delizie di non pochi, presso a' quali la religione non è la regola delle operazioni e la norma delle scambievoli relazioni. A questi tornerebbe assai caro vedere cancellate da' codici quelle leggi che in qualche maniera rendongli timidi nello scapricciarsi ed infrenano le loro passioni. Dunque cancellinsi quelle leggi. Non già, si risponde, mercecchè i legislatori non debbono far legge che disconvenga a' dettami della natura, e quelle unioni ne disconvengono. Ma, replichiamo in primo luogo, e il divorzio non si oppone agli stessi dettami? Non diciamo già che così si opponga, da essere riputato universalmente in ogni caso colpevole, considerato dalla sola ragione umana; ma egli è certissimo che il bene della prole, il bene del marito e specialmente della moglie, e la moltiplicazione della specie, e la pace delle famiglie, e l'ordine domestico proscrivono il divorzio e lo proscrivono universalmente; poichè i casi nei quali il divorzio possa tornare di qualche vantaggio debbonsi avere in conto di eccezioni, e per queste non mai si deve fare una legge universale. Che anzi non voglionsi autorizzare le eccezioni, quando queste potrebbero moltiplicarsi con danno comune: ed è legge di natura che assai spesso la parte debba sacrificarsi pel tutto; ossia che debba ogni singolo, pur incontrando un disagio tutto proprio, osservare una legge ch'è richiesta dal pubblico bene. Perciò anche presso molte genti non illuminate dalla fede era per legge vietato il divorzio, e il popolo romano ebbe in perpetuo orrore ed odio quel Car[v]ilio che per primo in Roma fe' divorzio dalla sua moglie, comechè non volesse rotto il vincolo maritale per altro motivo che per desiderio di prole, cui non davagli la moglie sua. Ecco le parole dello storico Livio che descrisse quel fatto. Divortium ab urbe condita nullum fuerat: primus Sp. Carvilius Ruga sterilem uxorem dimisit, iureiurando a censoribus obstrictus, se liberorum quaerendorum caussa coniugem habiturum. Displicuit populo non magis novitas, quam atrocitas rei, quod ad perpetuam vitae societatem iunctas uxores quacumque de causa repudiari saevum et iniquum putabat: et Sp. Carvilium semper deinceps odio habuit [29]. [Imperocchè dopo la fondazione di Roma non trovasi che fosse mai accaduto in quella città alcun divorzio; ed allora per la prima volta Spurio Carvilio Ruga ripudiò la moglie, riconosciutala sterile, perchè aveva giurato ai Censori di menar moglie a fine di procrearne figliuoli. Dispiacque al popolo non tanto la novità quanto l'atrocità della cosa, parendo severo ed iniquo che le mogli, elette ad una perpetua società della vita, venissero per qualsivoglia cagione ripudiate: e quindi ebbe poi sempre in odio Spurio Carvilio. Trad. di Jacopo Nardi, Milano 1824. N.d.R.] Nessun uomo assennato potrà giudicare che il divorzio non disconvenga coi dettati della umana ragione, e che però non debba essere interdetto da qualunque Governo, in qualunque nazione. Laonde, qualora la nazione sia cristiana, il Governo deve trattarla siccome tale e non opporsi colle sue leggi alle leggi della sua religione, poichè così adoprerebbe tirannescamente e violenterebbe la coscienza dei sudditi. Le leggi poi non si fanno in favore di pochi tristi o di alcuni che discordano in fatto di religione dalla comunità tutta quanta: tutto al più, se fia necessario, alle leggi universali si potrà apporre una qualche benigna eccezione. Nel caso poi del divorzio, che abbiamo tra mano, sendo questo sconvenientissimo nell'ordine eziandio naturale, deve essere interdetto senza veruna eccezione.

Ma a' nostri giorni fecero capolino scrittori che studiaronsi di mostrare che il divorzio, anzichè apparire sconveniente a' principii della ragione, da questi stessi è assolutamente richiesto. E tant'oltre vanno costoro che a nome della civiltà e della pubblica moralità e della pace delle famiglie chieggono che con legge sia autenticato il divorzio. E per questo affastellano fatti e per questo accumulano ragioni. Le quali cose avrebbono efficacia, se non fossero fuor di proposito, e se eglino parlassero non del mondo reale, ma di un fantastico. Imperocchè tiene questo argomento: Dio non può comandare ciò che è immorale, disordinato, corrompitore della pace domestica e del pubblico bene: ma Dio comandò l'indissolubiiltà del matrimonio: dunque non merita questa quelle censure, onde la tempestano i propugnatori del divorzio. Dei perfecta sunt opera. [Deut. XXXII, 4.: «Perfette sono le opere di Dio» N.d.R.] Vidit Deus cuncta quae fecerat et erant valde bona: [Gen. I, 31: «E Dio vide tutte le cose, che avea fatte, ed erano buone assai.» N.d.R.] e cotestoro hanno una fronte cotanto dura, da farsi giudici e censori delle opere di Dio, e di pretendere ch'egli si regoli col loro compasso e con la loro bilancia. Che se Napoleone I ad una femminetta censuratrice de' suoi disegni strategici avrebbe a buon diritto mandata in regalo una rocca ed un fuso; che dovrebbe fare Iddio di quelli che bestemmiano le sue opere e le dicono disordinate ed ingiuste, mentre quel poco di lume che pur ritengono nella mente (il più è dalle passioni offuscato) è un raggio de' suoi infiniti splendori?

Eh via! prendete le cose come sono in realtà, nè fate astrazione da quello da cui, del tutto, nè si può nè si deve prescindere. Quando la società matrimoniale si sottrae dalla religione e dal suo salutare influsso, di leggieri insorgono mille cagioni di mutui dissensi: la moglie non è paga di un solo marito: il marito non è pago di una sola moglie: all'amore sottentra la sola concupiscenza: questa contrastata e delusa si tramuta in odio, e il ferro ficcato nel cuore infedele della sposa o il divorzio troncano una società che non ha in Dio la sua base, nè è confortata dall'alito della sua grazia. Ma quel ferro, ma questo divorzio rendono le nuove nozze felici? Tutt'altro! Clemente VII non volea (perchè non potea lacerare il vangelo) scindere il matrimonio di Arrigo VIII Re d'Inghilterra, contratto con Caterina di Aragona da cui questi avea già avuti più figli. Un mercenario e infido Arcivescovo si attenta a sciogliere il nodo odioso, e Arrigo impalma Anna Bolena. Ma ben presto la Bolena lascia la testa sul patibolo dei malfattori. È caldo il cadavere dell'estinta e già Arrigo ha una terza sposa. Questa è [Giov]anna Seimur, [Jane Seymour] la quale, accasciata per le amarezze, morendo previene il divorzio. Prende una quarta moglie, Anna di Cleves, e la ripudia. Arrigo dà la mano a Caterina Howard e in breve la fa uccidere. Quindi celebra per la sesta volta le nozze con Caterina Parr. Ma già una tomba rinserra il capo del protestantesimo inglese, l'effeminato e crudele monarca, da nessuno compianto, dai saggi esecrato, dai protestanti, a fior di labbro, collaudato ed esaltato. Quanti eccidii, quanto lutto all'Inghilterra, quanti delitti risparmiati, se Arrigo ossequente all'autorevole e paterna parola di Clemente VII si fosse dato allo studio della sincera pietà e, troncando l'amicizia adultera con la Bolena, avesse col fuoco della carità novellamente riscaldato il cuore verso la pia Caterina! Altri stoltamente afferma che l'amor perduto non si riaccende, turpemente confondendo amore e concupiscenza; poichè se questa può tal fiata esulare in perpetuo dal talamo maritale, quello senza di questa può in perpetuo durare e spento ancora riaccendersi: e, se questo riaccendimento fosse impossibile, Gesù Cristo non ci darebbe il precetto di amar tutti persino i nostri nemici, e l'apostolo Paolo con universalissima formula non avrebbe dato questo comando: Viri diligite uxores vestras, sicut et Christus dilexit ecclesiam [30]. [Ad Eph. V. 25.: «Uomini, amate le vostre mogli, come anche Cristo amò la Chiesa.» N.d.R.] I moderni propugnatori del divorzio tolgono Dio dalla famiglia, prescindono da que' conforti che vengono dalla religione, e coi quali veggiamo correre lieti anni in quelle società maritali, ove, a giudicare con occhi terreni, sarebbono mille cagioni di freddezze e di pentimenti. Nè paghi di questo manco di forza soprannaturale, permettono agli sposi tutte quelle cagioni onde il maritale amore è distratto, scemato, naturalmente spento, e poscia a rimedio vogliono che per legge sia sancito il divorzio. Non direm già difficile, ma diremo essere cosa al tutto impossibile che una giovane sposa dalla lettura de' moderni profani romanzi, dall'assistere alle teatrali rappresentazioni, dal conversare amoroso con uomini appassionati, e per tacer del resto, da quelle danze nelle quali è quasi certa la perdizione anche di quelle che lottarono lunga pezza contro gl'insidiatori, non tragga il disamore della famiglia, l'avversione al legittimo compagno della sua vita e la volontà di frangere i ceppi del matrimonio. I moralisti di novella stampa alla sventurata vorrebbono permesso il divorzio e la fanno da medici che, dopo avere permesso al malato tutto quello che lo trae in pericolosissima infermità, gli danno, per tutto rimedio la morte. Se non si ritrovano tra noi medici cosiffatti, pur ritrovansi e in gran numero di quei moralisti privi di coscienza. Egli è vero che le passioni gagliardamente martellano il cuor dell'uomo; egli è vero che nella lotta contro le proprie passioni l'uomo è debole, perchè è diviso in sè stesso come in due parti, l'una combattente e l'altra combattuta, e perciò n'è dimezzato il suo valore; egli è vero che i principii, i quali tengono accesa cotesta lotta durano a lungo; egli è vero che, tutto pensato, l'uomo dovrebbe essere naturalmente, qual fragile canna, spezzato: ma dove manca la forza umana viene in aiuto la virtù del Signore, la quale è quella che graziosamente deriva dal sacramento del matrimonio cristiano: virtù promessa da Gesù Cristo e che dalla Chiesa vien detta grazia sacramentale. L'uomo cristiano nella gran lotta dello spirito contro la carne, e nella età giovanile e nella virile e nel celibato, e nello stato matrimoniale e nella vedovanza è combattuto, è agitato; e considerata la sua fiacca natura e il diletto che proverebbe nell'esser vinto, e la sensibile privazione nell'essere vincitore, dispera di avere la vittoria dal proprio valore; ma alza a Gesù Cristo la prece, e combattendo col braccio di Dio trionfa non una volta, ma cento, ma mille, ma sempre: Video aliam legem in membris meis, repugnantem legi mentis meae, et captivantem me in lege peccati, quae est in membris meis. Infelix ego homo, quis me liberabit de corpore mortis huius? Gratia Dei per Iesum Christum Dominum nostrum [31]. [Ad Rom. 7. 23-25.: «Veggo un'altra legge nelle mie membra, che si oppone alla legge della mia mente, e mi fa schiavo della legge del peccato, la quale è nelle mie membra. Infelice me! chi mi libererà da questo corpo di morte? La grazia di Dio per Gesù Cristo Signor nostro.» N.d.R.] Chi vuol mai difendersi dall'impeto di un fiume rigonfio aprendogli un varco negli argini? chi correggere un indomito palafreno togliendogli il morso di bocca? chi salvarsi dal furor della folgore lasciandola cader dove la porta il suo impeto? La punta che costringe la folgore a cadere ove non rechi danno, il morso che infrena il destriero, l'argine che regge e rattiene il torrente delle umane concupiscenze non è la poligamia, la poliandria o il divorzio, è bensì quella grazia possente di Dio che da Gesù Cristo è rassicurata al matrimonio cristiano [32].

Adunque, e chiudiamo, Dio prima della incarnazione interdice il divorzio, Dio incarnato lo interdice in forma solenne e più ferma ed universale: la Chiesa proclama il divino interdetto. È follia negare a Dio il diritto di proibire all'uomo il divorzio: com'è follia pensare che il diritto dell'uomo prevalga al diritto di Dio, o che per sottrarsi alle divine leggi possa quegli negare la esistenza del legislatore o disconoscere l'autorità della Chiesa che le bandisce: od anche nel reggimento della repubblica prescindere dal divino comandamento. Che resta? piegare la fronte innanzi a Dio, nè sarà gran fatto che un atomo si umilii avanti all'onnipotente ed all'infinito, da cui fu tratto alla esistenza. E questa sottemissione tanto più sarà spontanea e diletta quanto più l'uomo sarà virtuoso, e si renderà capace che, come tutte le leggi divine, così ancor questa contro il divorzio è una legge che senza recare vero male all'individuo, è santissima, è giustissima, e apporta un immenso bene a tutta quanta la società. Ci dispiace poi vivamente dover chiudere questa trattazione dicendo al Ricciardi e a quelli che seco la pensano, che la sua dottrina non è solo ereticale rispetto alla fede, ma è anche assurda innanzi alla ragione, come si è con tutta evidenza dimostrato.

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NOTE:

[1] Ad esprimere convenientemente la frase biblica è mestieri adoperare le due parole viragine e viro, le quali pur furono adoperale da classici scrittori italiani.

[2] Gen. 2.

[3] Matt. cap. XIX.

[4] Marc. cap. X.

[5] Matt. cap. V.

[6] Cor. cap. VII.

[7] Pastor C. II. — 4, n. 1. Coteler P. P. Apost. v. I, p. 87.

[8] Apolog. I, 14, 15.

[9] Legat. pro Chris. n. 33.

[10] Strom. l. II, 23.

[11] Comm. in Matth. 14, n. 23.

[12] Advers. Marc. L. IV, 34.

[13] Epis. 199, ad Amphil. etc.

[14] In laud. virgin. carm. 2, epist. 211.

[15] Epist. 55. ad Armand. n. 3.

[16] De coniug. adult. L. II, c. IV, n. 4.

[17] Decret. pro Arm. Mans: Coll. Conc. T. XXXI, c. 1059, Harduin, Act. Conc. T. IX, c. 440.

[18] Sess. 24, can. 5.

[19] Matth. cap. XXVIII, vers. 20.

[20] I. Timoth. cap. III. vers. 15.

[21] Matth. cap. XVIII, vers. 18.

[22] Luc. cap. X, vers. 16.

[23] II. Cor. cap. V, vers. 20.

[24] Matth. cap. XXVIII, vers. 18.

[25] Joan. cap. V, 19.

[26] Joan. cap. X, vers. 30.

[27] Joan. cap. VIII, vers. 58.

[28] Rom. cap. XIII, 1.

[29] Lib. XX, c. XXI.

[30] Ad Eph. c. V.

[31] Ad Rom. 7.

[32] Il liberalismo, che vuole conservare tra' popoli la buona moralità indipendentemente da Dio e dalla religione, fa sì che quelli  [i popoli N.d.R.] si struggono. Infatti in molte città il numero di coloro che quotidianamente muoiono supera tanto il numero di que' che nascono, che in un secolo rimarrebbero del tutto deserte se dalle campagne non sopravvenissero sempre nuovi abitatori. Le case di peccato, la conseguente rarità de' matrimonii, la studiata abbominanda sterilità dei talami maritali ne sono le principali cagioni. A queste vorrebbesi aggiugnere il divorzio. Ma che sarebbe se il liberalismo ottenesse il suo intento di corrompere ancora il contado?