Quest'opera è diretta contro i principii, le tendenze ed i difensori più recenti delle Società bibliche; contiene una storia critica del canone dei Libri Sacri del Vecchio Testamento, delle versioni protestanti della Bibbia e delle missioni protestanti tra i pagani; in appendice i documenti relativi alla lettura della Sacra Bibbia in lingua volgare emanati dalla Santa Sede da Innocenzo III fino a Gregorio XVI.
Mons. Jean-Baptiste Malou (1809-1864), Canonico onorario della Cattedrale di Bruges, Dottore in Teologia, Professore di teologia dogmatica e Decano della Facoltà teologica dell'Università cattolica di Lovanio, nonchè Bibliotecario della stessa Università; dal 1848 Vescovo di Bruges. Fu inoltre Prelato domestico di S.S. Pio IX, Assistente al Trono pontificio e membro dell'Accademia cattolica di Roma.
Documenti correlati:
Lettera Apostolica di S.S. Papa Pio VII ad Ignazio, vecovo di Gnesna, del 29 giugno 1816.
Lettera Apostolica di S.S. Papa Pio VII a Stanislao, vescovo di Mohilew, del 3 settembre 1816.





















































Da: Jean-Baptiste. Malou, La lecture de la Sainte Bible en langue vulgaire, tomo I, Lovanio - Parigi - Bonn 1846 pag. 27-37.

Jean-Baptiste Malou

La lettura della Sacra Bibbia in lingua volgare (I).

I.

Dottrina della Chiesa cattolica riguardante l'uso dei libri sacri

Noi crediamo che le Sacre Scritture siano state date alla Chiesa per istruire tutti i fedeli, e che siano state particolarmente affidate ai pastori affinchè le conservassero intatte e pure nel bel mezzo delle vicissitudini e delle rivoluzioni delle società umane, ed affinchè essi ne facessero la base del loro insegnamento. Crediamo che contengano la maggior parte delle verità rivelate, e che la Chiesa insegnante, cioè il corpo dei pastori, con a capo il successore di S. Pietro, abbia ricevuto la missione di interpretarle in maniera autentica per mezzo della tradizione vivente da lei conservata nel proprio seno in virtù dell'autorità ricevuta dal Salvatore. Crediamo che le Sacre Scritture in parecchie circostanze siano sufficienti da sè sole a confondere l'eresia qualora le si intenda nel senso attribuito loro dai SS. Padri e conformemente alle decisioni anteriori della Chiesa; ma crediamo anche con Tertulliano che esse non siano atte a risolvere definitivamente ed assolutamente alcuna controversia quando le si separi dal principio d'autorità e se ne determini il senso secondo opinioni preconcette o secondo sistemi umani; in quest'ultimo caso esse, per servirci dell'espressione energica di quel Dottore africano, servono solo a turbare lo stomaco ed il cervello [1]. Crediamo che le Scritture non contengano tutte le verità rivelate, ma crediamo che la loro lettura sia necessaria ai pastori d'anime e che possa essere utile a tutti i fedeli che siano preparati a questa stessa lettura; crediamo che giammai Dio abbia ordinato a tutti i cristiani di leggere la Sacra Bibbia e di attingervi con i loro propri sforzi la conoscenza della rivelazione; crediamo che i fedeli profittino delle Scritture qualora porgano attentamente e docilmente l'orecchio all'insegnamento dei loro pastori, e crediamo che la Chiesa abbia avuto legittimi motivi per stabilire e modificare le leggi disciplinari o i costumi locali che hanno ristretto o incoraggiato in epoche differenti l'uso dei libri santi tra i laici.

Ecco in breve ciò in cui crediamo, ecco la vera e propria dottrina della Chiesa; per comprenderne i principî, bisogna tener conto di una serie di fatti fondamentali che i protestanti ignorano o perdono di vista e che è essenziale ricordar loro per provare qui sommariamente che le credenze della Chiesa non sono arbitrarie ma si ricollegano con un legame concreto alla culla del cristianesimo ed alle istituzioni fondate dal Salvatore.

Il primo fatto che ritengo rilevante constatare è il metodo usato dal divin Maestro nell'insegnamento della fede; egli fin dal principio avrebbe potuto consacrare l'uso della lettura dei libri santi con il suo esempio, proponendolo ai suoi discepoli, e invece sparse la propria dottrina a viva voce e formò gli apostoli per mezzo dell'insegnamento orale. Tracciò loro il progetto della sua Chiesa, predisse loro le tempeste che essa avrebbe dovuto subire un giorno, parlò loro di tutti gli interessi del suo popolo, di tutti i doni del suo amore, ed impose loro il dovere di annunziare la fede nello stesso modo in cui loro stessi l'avevano ricevuta; per disposizione della sua provvidenza la nuova alleanza fu non solo annunziata a viva voce, ma fu anche conclusa e sanzionata prima che un solo libro del Nuovo Testamento fosse stato scritto.

La Chiesa stessa fu fondata senza l'aiuto di tali libri; il Salvatore ne aveva scelto il capo, preparato gli elementi, rivelato le credenze prima di salire al cielo, e dopo la sua gloriosa risurrezione conferì a Pietro [2] ed agli apostoli la giurisdizione che aveva loro promessa [3], ed essendosi seduto alla destra del Padre inviò loro secondo la sua promessa lo Spirito consolatore, che insegnò loro tutta la verità [4]. La legge evangelica, promulgata il giorno di Pentecoste, esisteva così tutta intera nell'insegnamento orale della Chiesa rappresentata dal collegio apostolico e che, comunicata a viva voce ai primi discepoli del Vangelo, fu annunziata a tutte le nazioni della terra, fruttificando tra di esse il centuplo.

I libri sacri furono scritti dopo che la fede era già stata annunziata nel mondo intero [5]; la loro promulgazione fu lenta e tardiva, il loro uso s'introdusse successivamente nelle chiese. Il primo libro sacro del Nuovo Testamento fu scritto solo otto o dieci anni dopo la morte del Salvatore, e l'ultimo circa sessant'anni più tardi, verso la fine del primo secolo dell'era cristiana. Inizialmente le chiese non ricevettero il deposito completo delle Sacre Scritture; all'inizio del IV secolo si contavano sette libri divini del N. T. la cui origine sacra non era universalmente stabilita [6].

Quei libri la cui origine era indubitabile non avevano uno spiccato carattere d'utilità generale; alcuni, come i Vangeli, sebbene fossero di estremo interesse per la Chiesa universale, erano stati redatti su richiesta di alcuni singoli fedeli: S. Matteo scrisse per i Giudei convertiti, S. Marco su richiesta dei fedeli di Roma, S. Luca per fornire un aiuto ai gentili, S. Giovanni su richiesta dei suoi amici [7]; altri libri, quali le Epistole di S. Paolo, furono indirizzate a chiese particolari o a semplici vescovi per risolvere difficoltà locali o per consigli circostanziali; nessuno di essi possiede la caratteristica di una legge universale, promulgata dall'origine in tutte le chiese come unico codice del popolo cristiano.

Tuttavia, lungi da noi il pensiero di attribuire al caso la pubblicazione dei libri sacri, o di negare il fine provvidenziale che presiedeva alla loro redazione! Noi crediamo con la Chiesa che lo Spirito di Dio, ispirandoli, volesse offrire ai fedeli una legge divina ed universale che servisse come tutela e salvaguardia della fede in tutte le età; ma osiamo affermare senza timore di esser confutati che questo fine non si concretizza nè nella forma dei libri divini, nè nelle circostanze della loro nascita [8]. Tali libri avrebbero avuto il concreto carattere di legge unica ed universale se gli apostoli, invece di promulgarli successivamente, isolatamente e a seconda dell'esigenza dei tempi e dei luoghi, li avessero redatti in comune e li avessero promulgati successivamente di comune accordo come unico codice della Chiesa, come sola fonte dell'istruzione cristiana.

Dio, che aveva affidato alla Chiesa il deposito della Tradizione, non permise che una promulgazione solenne delle Scritture venisse in qualche modo a smentire il suo primo dono coll'assegnare alla Sacra Bibbia una destinazione che essa proprio non aveva; Egli diede molto maggiore evidenza all'istituzione del ministero apostolico ed alla prima predicazione del Vangelo piuttosto che alla pubblicazione dei libri santi, e ciò per manifestare in modo fattuale la sua volontà formale di sottomettere al giudizio della Chiesa l'interpretazione dei libri ispirati, e di far dipendere dall'autorità dei pastori il frutto conseguibile con il loro studio. La pratica di quindici secoli insieme alle testimonianze della Bibbia ed alla dottrina dei SS. Padri attestano nel modo più esplicito questa volontà del Salvatore; ma anche in assenza di queste prove evidenti, l'insieme dei fatti originari che abbiamo appena esposto lo proverebbe con la massima evidenza, acquistando tutta la forza di un'apologia in favore della disciplina attuale della Chiesa: ed in effetti è facile dedurne i principî fondamentali della nostra credenza e delle leggi disciplinari che ci reggono.

In primo luogo bisogna concluderne che l'uso dei libri santi non è una necessità assoluta nell'insegnamento della fede, quale che d'altronde ne possa essere l'utilità: il comportamento degli apostoli e le relazioni esistenti tra i libri santi e la prima rivelazione orale non consentono il minimo dubbio a questo riguardo. Gli apostoli non si sono serviti dei libri santi per chiamare gli idolatri alla fede, ed i loro discepoli, un secolo dopo la morte del Salvatore, annunziavano ancora a viva voce il Vangelo a popoli barbari, che non avevano alcuna nozione delle umane lettere [9]. L'insegnamento orale delle verità rivelate non solo ha preceduto l'esistenza delle Scritture, ma gli scrittori ispirati si sono serviti della Tradizione divina come di una fonte. Gli uomini che lo Spirito Santo ha illuminato di luce celeste affinchè mettessero per iscritto la vita ammirabile e le dottrine sublimi del Salvatore attinsero alla Tradizione della Chiesa una gran parte dei fatti e delle verità che leggiamo nei loro scritti [10]; ed attingendo la sacra dottrina a questa fonte divina, essi non l'hanno prosciugata, come affermano i protestanti, ma l'hanno fecondata aggiungendo alle verità già note le verità che Dio ha loro ispirate. Lo stesso linguaggio degli scrittori sacri era necessariamente il linguaggio in uso nella Chiesa, ed il senso teologico dei termini che impiegavano può essere determinato solo dall'insegnamento orale degli apostoli. Bisogna dunque considerare le Scritture come un potente sostegno, come una sanzione duratura della Tradizione divina, e non come la fonte unica di tutta la verità cristiana.

È impossibile affermare che la Tradizione, così intimamente unita alla Scrittura fin dal principio, se ne sia separata più tardi; nei tempi successivi la saggezza divina non ha rovesciato l'istituzione originaria di G. C., il quale volle che la lettera morta della Sacra Bibbia ricevesse la vita dalla Tradizione orale e dipendesse dalla volontà della Chiesa, affinchè in tutti i tempi si potesse discernere il vero senso della rivelazione dal senso che l'eresia o il capriccio degli uomini le attribuiva. La Tradizione divina fu dunque destinata dal principio ad esistere perpetuamente a fianco delle Scritture in quanto espressione vivente del pensiero degli scrittori sacri, per attribuire ai libri santi il loro vero senso dogmatico, più o meno come le vocali sono messe a fianco delle consonanti per conferir loro il suono e formare il senso grammaticale della frase. La Tradizione, sebbene abbia anche come scopo il conservare alcune verità rivelate di cui invano si cercherebbero le tracce nei nostri libri santi, deve soprattutto servirci a determinare la dottrina delle Scritture, di cui è per così dire la fonte e la vita; e se anche non aggiungesse alcuna verità essenziale alle verità contenute nei nostri libri santi, nondimeno sarebbe necessaria alla Chiesa per lumeggiare le Scritture e come regola infallibile delle nostre credenze. Noi non consideriamo la Tradizione come un insegnamento supplementare, totalmente distinto dall'insegnamento dato dalle Scritture, ma come un insegnamento per così dire collaterale a quello della Sacra Bibbia, sotto certi rispetti più abbondante e in assoluto altrettanto prezioso perchè offre il duplice vantaggio di fissare il senso delle Scritture e di conservarci un gran numero di verità non messe per iscritto. Se i ministri protestanti hanno ritenuto che la Tradizione divina per noi non fosse altro che l'insieme delle verità non scritte che i fedeli hanno sempre professato nella Chiesa, si sono fatti un'idea falsa della nostra dottrina; perchè i nostri teologi non hanno mai insegnato che la Tradizione apostolica fosse un insegnamento supplementare (nel senso che tali ministri danno a questo termine) all'insegnamento delle Scritture [11].

Da questi fatti originari possiamo ulteriormente dedurre che il Salvatore e gli apostoli non hanno mai imposto ai fedeli l'obbligo di leggere la Sacra Bibbia. E che! i giudei ed i gentili avrebbero ricevuto dalla bocca degli apostoli e dei loro primi discepoli le verità della fede, mentre i cristiani di oggi non potrebbero più essere istruiti in quella medesima fede ascoltando attentamente l'insegnamento dei Pastori, ai quali il Salvatore ha assegnato la missione di annunziare la parola sacra e di continuare l'opera iniziata nel giorno di Pentecoste? Per quale curiosa rivoluzione la predicazione della fede, che Dio ha messo in relazione con la conversione del mondo, è divenuta insufficiente ad insegnare ai fedeli le vie della salvezza e le regole della vita cristiana? Le vie del cielo aperte dal Salvatore sono forse chiuse al giorno d'oggi? Le condizioni poste per ottenere la salvezza sono forse più rigorose? Alla nascita della Chiesa ci si poteva salvare credendo nelle verità annunciate a viva voce ed obbedendo ai Vescovi depositari della Tradizione... perchè oggi non lo si può più? I ministri protestanti ci spieghino di grazia i motivi che attualmente obbligano i loro fedeli a leggere la Sacra Bibbia sotto pena di dannazione [12]!... La Riforma ha forse ricevuto il potere di aprire e chiudere a suo piacimento le porte del cielo? Forse che non ci impone, con la sua privata autorità, un giogo insopportabile che gli apostoli non ci hanno imposto e che fu sconosciuto per quindici secoli di Chiesa?

Ma la Chiesa cattolica crede che ci si possa salvare credendo nelle verità annunciate a viva voce ed obbedendo ai Vescovi depositari della tradizione e, più saggiamente dei riformatori, ritiene assai meno importante far leggere la Sacra Bibbia che far osservare le leggi imposteci da Dio, ed è persuasa che la Bibbia sia di profitto a tutti i fedeli molto più per mezzo dell'insegnamento dei pastori, per i quali appunto è stata scritta ed ai quali è stata specialmente affidata, che per mezzo di una lettura personale: l'Apostolo le ha insegnato che ogni Scrittura che sia ispirata è utile per insegnare, per riprendere, per correggere e per condurre alla giustizia ed alla pietà [13], cioè per dirigere i pastori nel governo del loro gregge. Quali che siano le idee che i protestanti si sono fatti della gerarchia sacra, è di fede per loro come per noi che non tutti i fedeli sono dottori, apostoli, interpreti, pastori [14] e che non tutti sono stati stabiliti dallo Spirito Santo a pascere il gregge di Gesù Cristo [15]: ne consegue evidentemente che non tutti hanno ricevuto le Scritture per insegnare, riprendere, correggere e condurre, e che i fedeli possono contare sulla sapienza e lo zelo dei Vescovi che Dio ha costituito capi del suo popolo per conoscere le Scritture e conformare le loro credenze ed i loro costumi alle leggi del Signore. S. Ambrogio chiamava la Bibbia il libro sacerdotale, e S. Agostino diceva che l'uomo che si appoggia sulla fede, la speranza e la carità non ha bisogno della Scrittura che per istruire gli altri [16]. La dottrina dell'Apostolo era dunque quella dei santi Padri, e deve essere anche la nostra.

Anche i protestanti accetterebbero una tale dottrina, se la necessità imperiosa di negare l'autorità della Chiesa ed il deposito della Tradizione non li forzasse in qualche modo a disconoscerla; togliete ai protestanti l'interesse della loro setta, fate che possano difendere la loro causa senza sostituire la Sacra Bibbia alla Chiesa ed il giudizio individuale all'autorità spirituale, e non faranno più difficoltà a riconoscere con noi che, se pure tutti gli uomini sono obbligati ad aderire alla verità rivelata, l'obbligo di conoscere tale verità per mezzo della lettura dei Libri sacri esiste solo per i pastori; non è la sana ragione, nè l'evidenza della verità che li obbliga ad attribuire alla lettura personale della Bibbia una simile importanza, davvero ridicola. Un po' meno preoccupazione, un po' più di calma farebbero loro comprendere quel che noi comprendiamo, che cioè la lettura è solamente un mezzo per pervenire alla conoscenza della verità, la quale peraltro si manifesta in varie maniere differenti. Che importa in ultima analisi la maniera in cui la verità penetra nell'anima dei fedeli? Nel momento in cui questi fruiscono della consolazione delle Scritture [17], che consiste nella meditazione delle promesse di Dio, lo Spirito Santo che ha ispirato la Sacra Bibbia non ha forse raggiunto il suo fine, e le Scritture non sono forse state di profitto a tutti i cristiani? Fate sparire il pregiudizio protestante, e la necessità di leggere la Bibbia sarà ridotta al suo giusto valore: la si consiglierà a molti come un utile mezzo, ma non la si imporrà a tutti come dovere essenziale; si riconoscerà che l'insegnamento orale dei pastori fa sì che i fedeli fruiscano delle verità contenute nella Bibbia, e che una sola cosa è veramente necessaria in materia di insegnamento cristiano e di sacre Scritture, e cioè conoscere la verità ed aderire ad essa [18].

Ridotta al valore di mezzo materiale, la lettura della Sacra Bibbia non è più oggetto di una legge divina, ma di una legge disciplinare della Chiesa, la quale varia con la necessità dei fedeli e l'esigenza dei tempi. La Chiesa, per regolarne l'uso, non ha che da impiegare le regole della prudenza cristiana; quale che sia la sua decisione, essa obbedirà alla parola di Dio se allontanerà dalle anime fragili e carnali il terribile rischio di trasformare il nutrimento sostanziale delle Scritture in veleno mortale, e se preverrà con leggi severe ed inflessibili gli eccessi che l'eresia in tutti i secoli ci offre quale desolante spettacolo.

[Traduzione: C.S.A.B.]

[CONTINUA]

La lettura della Sacra Bibbia in lingua volgare:

Mons. Jean-Baptiste Malou: Storia della controversia.
Mons. Jean-Baptiste Malou: Dottrina della Chiesa cattolica riguardante l'uso dei libri sacri
Mons. Jean-Baptiste Malou: Legislazione della Chiesa riguardo all'uso dei libri sacri.
Papa Pio VII: Lettera apostolica ad Ignazio, vecovo di Gnesna (29 giugno 1816)
Papa Pio VII: Lettera apostolica a Stanislao, vescovo di Mohilew (3 settembre 1816)
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NOTE:

[1] Tertull. De praescript. cap. XVI: «Nihil proficit congressio Scripturarum nisi plane ut stomachi quis ineat eversionem aut cerebri.»

[2] Joan. XXI. 15.

[3] Matth. XVI. 18. — XVIII 18.

[4] Act. I.

[5] Rom I. 8. Col I. 6.

[6] Euseb. Hist. eccl. lib. III. c. 25. p. 118. I libri deuterocanonici del N.T. sono le Epistole di S. Giacomo, di S. Giuda, la seconda di S. Pietro, la seconda e la terza di S. Giovanni, l'Epistola agli Ebrei e l'Apocalisse; i dubbi sollevati nei confronti di questi libri sono scomparsi nella Chiesa cattolica dal V o dal VI secolo, sebbene il canone delle Scritture non sia stato promulgato in quest'epoca come legge universale. Questi dubbi ravvivati dai primi riformatori sono stati abbandonati dai protestanti moderni, che respingono soltanto i libri deuterocanonici dell'Antico Testamento.

[7] «Matthaeus apud Hebraeos propria eorum lingua conscriptum evangelium edidit, dum Petrus et Paulus Romae Christum praedicarent et ecclesiae fundamenta jacerent.» Euseb. Hist. l. V. c. 8. p. 219. ex Irenaeo. — «Primum Evangelium scriptum est a Matthaeo, qui illud hebraico sermone conscriptum Judaeis ad fidem conversis publicavit... Tertium Evangelium Lucae, in gratiam gentilium conscriptum.» Euseb. ibid. l. VI. c. 25. p. 290. ex Origene. — «Marcum Petri sectatorem enixe orarunt (Romani), ut doctrinae illius, quam auditu acceperant, scriptum aliquod monumentum apud se relinqueret. Nec prius destiterunt, quam hominem expugnassent, auctoresque scribendi illius, quod secundum Marcum dicitur, Evangelii exstitissent.» Euseb. ibid. lib. II. cap. 15. p. 64. — «Aiunt Joannem ab amicis rogatum... res a Servatore gestas... in Evangelium suum conjecisse.» Euseb. ibid. l. III. cap. 24. p. 117.

[8] Non affermiamo che «gli apostoli hanno redatto le loro opere per proprio conto e non per ordine di Dio», come assicura Oster, p. 150, ma che lo Spirito Santo ha loro comunicato i propri lumi in occasione di determinate necessità dei fedeli, senza manifestare la propria volontà formale d'imporre ciascun libro ad ogni fedele come un legge immutabile. In altri termini la promulgazione dei libri del N.T. non è stata accompagnata dalla solennità che circonda la promulgazione della legge antica sul monte Sinai e l'istituzione del ministero della parola sotto la legge della grazia.

[9] S. Ireneo. lib. III. c. IV. n. 2. p. 178. Gentes barbarae sine litteris fidem didicerunt.

[10] Luc. I. 2 e 3.

[11] Questa osservazione risponde in parte alla questione che Oster ci rivolge in questi termini: «Quali sono le verità essenziali che la tradizione aggiunge alla Scrittura?» p. 148. — Indicheremo queste verità altrove, ma anche se non ve ne fosse stata alcuna, la tradizione sarebbe necessaria come regola interpretativa. Quest'osservazione risponde anche alle difficoltà poste da Monod, pag. 174.

[12] È l'opinione di Girod, a pag. 36 del suo Avvertissement.

[13] II Tim. III. 16.

[14] I Cor. XII. 29. — Ephes. IV. 11. — I Tim. I 7.

[15] Act. XX. 28.

[16] «Homo fide, spe, caritate subnixus, non indiget Scripturis, nisi ad alios instruendosDe doct. christ. l. I. c. 49.

[17] Rom. XV. 4.

[18] I ministri protestanti, quando fanno a meno della loro preoccupazione settaria, riescono a giungere alla verità; ecco come uno di loro riconosce il principio che abbiamo appena stabilito: «La moltitudine innumerevole di persone, afferma, che sono state convertite a Dio lo sono state per mezzo della Bibbia sia direttamente dalla sua lettura, sia indirettamente per mezzo della predicazione delle verità che essa racchiude» Boucher, p. 89. «Non ci si può rifiutare di ammettere, dice (p. 193), che l'intelligenza della dottrina di Dio è solo un mezzo per giungere al fine, che è compiere la volontà di Dio.» — «Senza dubbio si può giungere alla conoscenza del Salvatore con la sola predicazione!» Girod p. 36. Che ne è in questo caso del dovere assoluto di leggere la Bibbia e di cercarvi da sè le verità della salvezza?