L'abbé Augustin Barruel in difesa di Papa Onorio.

Da: "Del Papa e dei suoi diritti religiosi in occasione del Concordato", Vol. I, Parigi 1803, cap. II, p. 231-242.

[...] Sesto concilio ecumenico. Terzo di Costantinopoli. Anno 681. Giungo ora a parlare di un concilio per il quale forse pensate di veder scomparire questa autorità [del Papa, N.d.R.]. Vi è stato detto che trecento padri, riuniti nuovamente a Costantinopoli in un vero e proprio concilio ecumenico, non abbiano esitato a pronunciare l'anatema contro il Papa Onorio in quanto egli avrebbe seguito e confermato in tutto gli errori di Sergio, cioè dei monoteliti i quali ammettono una sola volontà in Gesù Cristo distruggendo così a forza di sofismi il mistero della redenzione del Dio che veramente si è fatto uomo rimanendo Dio e uomo per la salvezza del genere umano. Ve l'hanno detto, e voi avete potuto credere a questo preteso anatema; bisogna dire che a questo riguardo occorre difendere più questo concilio che Onorio; perchè per quanto riguarda Onorio, da tempo lo si sa, e lo si sapeva perfino molto prima di questo concilio di Costantinopoli, che i pretesi errori di questo Papa altro non erano che una calunnia, palesata anzitutto dal testo stesso di quella lettera che vi si dice essere stata proscritta dal concilio ecumenico, palesata poi proprio da colui che aveva scritto sotto dettatura questa famosa lettera di Onorio, ed inoltre dalla lettera del Papa Giovanni IV all'imperatore Costantino figlio di Eraclio; palesata soprattutto in quella celebre conferenza, in cui [1] il santo sacerdote e martire Massimo, in presenza di Patrizio, di Gregorio, dei vescovi e delle principali personalità d'Egitto aveva forzato Pirro patriarca di Costantinopoli a confessare di aver invocato a torto l'autorità di Onorio per confermare il suo monotelismo. Questo Papa non solo era ben lontano dal sostenere questo errore, ma non l'aveva nemmeno riconosciuto, a causa del timore che si aveva di mostrarglielo apertamente; egli aveva risposto all'artificioso Sergio non confondendo in Gesù Cristo la volontà di Dio con la volontà dell'uomo, ma affermando unicamente che Gesù Cristo, in quanto uomo, non aveva come noi quei due tipi di volontà delle quali l'una approva il bene e l'altra ci porta al male. Tutto ciò era talmente di dominio pubblico nell'universo cristiano, e soprattutto a Costantinopoli, che tutti i vescovi ivi riuniti non potevano non saperlo. Nel momento in cui credete a questo preteso anatema lanciato da quel concilio contro Onorio, sono proprio questi vescovi che accusate d'aver condannato quel Papa che era da lungo tempo giustificato agli occhi dell'universo cristiano.

Se almeno poteste giustificare questo anatema con la precipitazione e la leggerezza più abnormi; ma no: alla semplice lettura di questa lettera tutti i padri esclamano anatema contro Onorio, e non uno solo, nemmeno i legati così gelosi dell'onore della sede apostolica, nemmeno uno si leva per ricordare almeno ciò che tanti altri hanno detto e scritto per difendere la sua memoria.

Se almeno poteste mostrare la minima verità, la minima moderazione od ombra di giustizia in quest'accusa; ma no: tutte le espressioni più pressanti ed energiche che Onorio ha trovato nel suo zelo e nei nostri libri sacri per soffocare l'errore nel suo nascere, egli le ha impiegate per scongiurare Sergio ed i suoi aderenti di evitare le novità, di attenersi alla semplicità della fede ed alle decisioni della Chiesa perchè nessuno si lasci ingannare da vane sottilità e dagli artifici dei sofisti. Il suo scopo principale è dunque di soffocare l'errore alla sua nascita con un profondo silenzio. Se è vero che perfino in quest'epoca questa condotta non è saggia, essa costituirebbe almeno tutto il crimine di Onorio; e voi vorreste farci credere che i padri di questo concilio non avrebbero esitato ad affermare che il Papa Onorio aveva seguito e confermato in tutto lo spirito e gli empi dogmi di questo Sergio, il quale temeva tanto di rivelarli in sua presenza!        

Se almeno poteste poi risparmiare a questo concilio le contraddizioni più abnormi; ma no: tutti questi padri hanno inteso le parole che il Papa Agatone ha loro rivolto: «La fede che vi annunciamo è quella che ha valso al beato Pietro l'onore di essere stabilito pastore di tutti. — È quella dalla quale la sede apostolica non si è mai allontanata, né a destra né a sinistra. L'autorità di questa stessa sede apostolica, fondata su quella degli apostoli Pietro e Paolo, è sempre stata seguita in tutto ed abbracciata da tutta la Chiesa cattolica e da tutti i concili ecumenici. A far data dai tempi in cui i vescovi di Costantinopoli hanno voluto introdurre i nuovi errori (quelli precisamente di cui si suppone che Onorio sia colpevole) i Papi non hanno mai trascurato i mezzi per riportare questi vescovi alla verità. — Li hanno continuamente ammoniti, esortati, scongiurati di astenersi da queste novità, di tacere almeno su questioni che avrebbero originato dei dissensi.» (Epist. Agat.) Notate queste ultime parole: esse costituiscono l'apologia espressa di Onorio. I padri del concilio le hanno intese, ed hanno intese anche quelle a loro indirizzate dai centotrenta vescovi del concilio di Roma: «Questa fede che noi vi partecipiamo (contro Sergio ed i suoi aderenti)  è la fede che abbiamo attinto alla vera fonte della luce. È quella che i successori di San Pietro e di San Paolo hanno sempre conservato intatta e senza commistione d'errore o di offuscamento.» Ecco ciò che avevano appena sentito i vescovi del concilio ecumenico di Costantinopoli, ascoltate la loro risposta, le loro acclamazioni: «Lunghi anni a Papa Agatone! noi aderiamo tutti alla lettera del Papa Agatone e a quella del suo concilio. — È così che noi pensiamo, è questo che noi facciamo professione di credere; è Pietro che ha parlato per mezzo di Agatone.» (At.4, 8-18) Confrontate queste acclamazioni e l'anatema e diteci se i sapienti che uniscono lo studio dei nostri concili alle regole di una sana critica non abbiano ragione di concludere che il preteso anatema contro Onorio e tutto ciò che oggi affermano contro la sua persona gli atti del sesto concilio ecumenico, siano opera non di questo concilio ma dell'impostura. Ne mireris cum infra dicemus acta synodalia sexti concilii, in iis praesertim quae de Honorio, romano Pontifice, attestantur Graecorum impostura ubique depravata esse. (Concil. Labb. tom. 6, col. 585.)

D'altra parte quanto questa impostura è rimasta gratuita! Anatema reale o preteso, in ogni caso i resti di Onorio riposano tranquilli in Vaticano accanto a quelli dei Pontefici fedeli. L'anatema è caduto senza forza ai piedi di Roma ed è esso stesso colpito da nullità per questo solo, che cioè Pietro ed i suoi successori si rifiutano di sottoscriverlo.

Per rispondere al principio che la prima sede non può essere giudicata da nessuno, che il discepolo non è al di sopra del maestro, che Onorio, che si suppone colpevole di eresia, non potè essere giudicato neppure dopo la sua morte dagli altri patriarchi senza il consenso e senza l'autorità della prima sede che aveva occupato, nisi ejusdem primariae sedis accedente ad eam rem auctoritate; (Concil. roman. sub Hadri., 2° Labb., t. 8, col. 1343); per rispondere a questo principio, dicevo, l'impostura è ancora una volta obbligata a ricorrere all'impostura, dandoci delle lettere scritte da Papa Leone II a conferma dell'anatema, datandole in un momento in cui la sede papale era vacante! Facendo dire a Papa Leone che aveva inviato degli arcivescovi delle province romane a presiedere il concilio di Costantinopoli, mentre questo concilio era terminato prima che Leone fosse Papa! E questo concilio non fu presieduto a nome del Papa da nessun arcivescovo, ma solo dai due preti Teodoro e Giorgio e dal diacono Giovanni, inviati da Agatone! E tutto ciò che questi vani artifici ci provano è il fatto che perfino i falsari che li mettono in atto sono persuasi che l'anatema non possa colpire Onorio senza il concorso della sede apostolica [2].

E se anche questo anatema, che tutte le regole di una sana critica ci dimostrano falso, fosse reale, è ai padri stessi che l'avrebbero pronunciato che ci appelleremmo per mostrarvi l'importanza che aveva per loro il suffragio della sede apostolica; perchè infine, indipendentemente da quell'anatema, essi nondimeno annunciano al Papa Agatone la fine dei loro lavori in questi termini: «Il principe degli apostoli ha combattuto con noi, perchè il suo degno successore ci proteggesse. Le sue lettere sono state come la luce che brilla sui divini misteri, ed è la Roma antica che ce le ha offerte. Questo astro radioso dell'occidente ci ha illuminato e ha sparso il lume della fede. Ci sono state prodotte le sue lettere; ed era Pietro che parlava per mezzo di Agatone. — Così è a voi, in quanto pastore assiso sulla prima sede della Chiesa, in quanto Pontefice assiso sulla pietra ferma della fede, che noi lasciamo ciò che resta a fare per essa. Noi abbiamo ricevuto le vostre lettere come dettate dal principe degli apostoli, ed è per mezzo di esse che abbiamo proscritto la setta nascente ed i suoi numerosi errori. — Noi abbiamo condannato l'eresia, noi abbiamo con voi fatto brillare la fiaccola della fede. Scongiuriamo vostra Santità paterna di volerci onorare dei vostri rescritti in conferma dei nostri decreti.» Orthodoxae fidei splendidam lucem vobiscum clare praedicavimus, quam ut iterum per honorabilia vestra rescripta confirmetis, vestram oramus paternam sanctitatem. (Act. 18)

Meditate quest'omaggio, e qualunque idea vi rimanga del preteso anatema, almeno sarà vero che, se i padri di Costantinopoli avessero potuto pronunciarlo, non vi hanno insegnato a dimenticare per questo le prerogative di Pietro nei suoi successori. [...]

Tratto da: Augustin Barruel, Du Pape et de ses droits religieux a l'occasion du concordat. Paris, 1803 [traduzione: C.S.A.B.].

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NOTE:

[1] Su questo preteso errore di Papa Onorio non copierò qui nè le note di Bibius, nè quelle di Labbe, nè le dissertazioni di Baronius, che però sarebbe bene leggere come pure le lettere di Papa Giovanni IV che si trovano nel quinto volume dei concili del Labbe, colonna 1758 e seguenti. Ma bisogna almeno che si legga il testo della celebre conferenza di San Massimo con Pirro di Costantinopoli dell'anno 645. Poichè Pirro aveva fatto l'obiezione della lettera di Onorio, Massimo chiese chi possa chiarire il senso di questa lettera, il santo prete che l'ha scritta per Onorio, il quale è ancora vivente e che ha sparso per tutto l'occidente lo splendore delle proprie virtù e della propria scienza, o coloro che a Costantinopoli vi dicono solo ciò che hanno nel cuore. — Colui che l'ha scritta, disse Pirro. — Ebbene, riprese Massimo, ecco ciò che lui stesso ha affermato e dichiarato scrivendo, a nome di Papa Giovanni, all'Imperatore Costantino: noi abbiamo detto: «in Gesù Cristo una sola volontà non parlando della sua divinità e della sua umanità, ma parlando della sua sola umanità. Poichè Sergio aveva scritto che certuni parlano di due volontà contrarie in Gesù Cristo, noi abbiamo detto che in Gesù Cristo non vi erano due volontà contrarie, una della carne e l'altra dello spirito, come in noi dopo il peccato, ma solo un'unica volontà che riguardava naturalmente la sua umanità». Che questo sia il senso dato da Onorio è evidente, poiché egli parla della legge delle membra e della carne, che non si può applicare alla Divinità. In seguito, anticipando l'obiezione, «se qualcuno, aggiunge, ci chiede perchè parlando dell'umanità noi in quel momento non abbiamo detto nulla della Divinità, noi rispondiamo: anzitutto perchè ciò era sufficiente alla questione, e poi perchè in tutto, ed anche qui, abbiamo seguito l'uso della Scrittura che parla ora della Divinità, come quando l'apostolo dice: Il Cristo, virtù di Dio, saggezza di Dio; ed ora dell'umanità, come quando dice: Ciò che è follia di Dio sorpassa la saggezza degli uomini; e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.» (Disputat. Sti. Maximi, Labb. t. 5, col. 1816.)

Quand'anche non avessimo una testimonianza così vittoriosa, sarebbe sufficiente leggere con attenzione la lettera di Onorio per rendersi conto che, allorché parla di una volontà in Gesù Cristo, egli intende la volontà umana, senza escludere la volontà divina. Prova ne sia che egli ritorna continuamente al concetto che Gesù Cristo ha preso la nostra natura non quale è dopo la prevaricazione, ma quale era prima del peccato; quia profecto a divinitate assumpta est nostra natura, non culpa; illa profecto quae ante peccatum creata est; non quae post praevaricationem vitiata.

In tutta la lettera si nota che non gli è venuto mai in mente che si possa negare in Gesù Cristo uomo l'esistenza di una volontà umana come pure in Gesù Cristo Dio l'esistenza di una volontà divina; a tal punto il monotelita Sergio si era preoccupato di nascondere il suo errore.

[2] Su queste lettere si può consultare Baron. ad an. 633 e 681; oppure il padre Labbe. La sola in cui non trovo motivo di contestazione è quella dell'imperatore Costantino Pogonato al Papa Agatone ed al suo concilio. Questa non è stata alterata perchè era stata portata dai legati stessi che avevano presieduto al concilio; così in essa non si nota la minima menzione del preteso anatema, ma si vede che il concilio ha ammirato gli oracoli di Agatone come quelli di San Pietro. — Tamquam ipsius divini Petri vocem Agathonis supermirati sumus. Sarebbe assai strano che il Papa Leone, rispondendo a questa lettera che gli fu consegnata dopo la morte di Agatone, sia andato a rispolverare l'idea della scomunica di Onorio, di cui l'imperatore non gli aveva detto una sola parola; e più ancora che egli avesse confermato alla leggera questo anatema contro un Papa celebre per le sue virtù senza far togliere i suoi resti dal luogo santo, cioè senza trattarlo come uno scomunicato. Quanto alla lettera dello stesso Leone ai vescovi di Spagna, come è possibile che il falsario non si sia lui stesso reso conto che manifestava l'impostura facendogli dire che aveva inviato degli arcivescovi che avrebbero presieduto questo concilio, cosa che è la più evidente delle falsità, poichè egli all'epoca del concilio non occupava ancora la sede apostolica?

Quando l'impostura è costante, poco importa chi sia il falsario. Tuttavia colui che viene generalmente accusato è quel Teodoro scacciato come eretico dalla sede di Costantinopoli ma risalito su questa sede a forza di intrighi e d'ipocrisia subito dopo il sesto concilio. Scomunicato lui stesso insieme a molti dei suoi predecessori, costui è accusato di aver cancellato il proprio nome, che certamente doveva trovarvisi ovunque come quello di Sergio e di Pirro; ma egli ritenne gli atti del concilio fino a quando ebbe sostituito ovunque il nome di Onorio al suo. Ecco fuor di dubbio perchè la lettera che l'imperatore aveva affidata ai legati del Papa è la sola in cui il nome di Onorio non sia calunniato. Al di là di ciò è certo che i Greci furono condannati a Firenze per aver alterato la lettera sinodale del Papa Agatone a questo stesso concilio togliendone il filioque; l'autore di questa soppressione può ben essere anche quello dell'anatema. Tuttavia si trova ripetuto l'anatema negli atti del settimo e dell'ottavo concilio; ne convengo, e non ne sono sorpreso, perchè la ripetizione degli anatemi lanciati nei concili precedenti era usuale; e perchè una volta alterati gli atti del sesto, questo poteva facilmente ingannare gli altri. La ripetizione dell'anatema non supponeva un nuovo esame, e perciò questo non aggiunge nulla alle prove a carico di Onorio. Prova al contrario molto a favore dell'autorità di Roma che sola, rifiutando costantemente di confermare l'anatema, ne ha sempre tenuti sospesi gli effetti; poiché nessuno è obbligato ad accettare quello contro Onorio, mentre tutti sono obbligati ad anatemizzare Sergio, Pirro e gli altri monoteliti come ha fatto Roma.